Jamal Khashoggi

WASHINGTON (Usa) – Nuovo scontro tra il Congresso e la Casa Bianca sul caso Khashoggi. Donald Trump ha snobbato la scadenza di venerdì fissata da Capitol Hill per ottenere informazioni dall’amministrazione sulle responsabilità dell’uccisione del giornalista dissidente saudita, opinionista del Washington Post, e per sapere se intenda imporre nuove sanzioni.
In ottobre i parlamentari repubblicani e democratici avevano fatto scattare una norma della legge Magnitsky contro la violazione dei diritti umani, dando al governo 120 giorni per rispondere. Ma alla scadenza del termine non hanno ricevuto nulla.
La Casa Bianca ha fatto sapere che “il presidente mantiene il suo potere discrezionale di non agire su richiesta di una commissione parlamentare, se lo ritiene appropriato”. La risposta ha fatto infuriare i congressmen e lo stesso Washington Post, che in un editoriale ha invitato il Congresso a non accettarla. “Il rifiuto dell’amministrazione di affrontare questo problema e di mantenere informato il Congresso sottolinea la necessità di andare sino in fondo a ciò che sta motivando la politica estera di Trump”, ha osservato Eliot Engel, il presidente dem della commissione Affari esteri della Camera.
“La legge Magnitski è chiara. Il presidente non ha potere discrezionale: o rispetta la legge o la viola”, gli ha fatto eco il collega Bob Menendez.
Il segretario di Stato Mike Pompeo ha cercato di mettere una toppa fornendo al Congresso poche ore prima della scadenza un aggiornamento sul caso Khashoggi. Ma non è bastato. “Sono molto deluso che la sua risposta non si avvicini al pieno rispetto degli obblighi e dimostri quello che l’amministrazione ha voluto sin dall’inizio: che l’omicidio Khashoggi sia dimenticato”, ha commentato Menendez.
Il Congresso, che ha già messo in guardia Trump dal ritiro precipitoso da Siria e Afghanistan, non sembra voler cedere e alla vigilia della scadenza ha rivelato una legge per vietare la vendita di armi a Riad e imporre nuove sanzioni per la morte del giornalista.
Finora gli Usa hanno sanzionato 17 sauditi, ma non il principe ereditario Mohammed bin Salman (Mbs), nonostante la Cia lo ritenga con ogni probabilità il mandante: Trump vuole salvare gli accordi sulla vendita di armi e soprattutto l’alleanza strategica con Riad in Medio oriente.
Il New York Times ha, intanto, pubblicato un nuovo pesante indizio contro Mbs: un’intercettazione in cui, un anno prima dell’uccisione di Khashoggi, dice ad un assistente che avrebbe usato “un proiettile” contro di lui se non fosse tornato nel Regno e non avesse posto fine alle sue critiche nei confronti del governo di Riad.
Il ministro saudita per gli Affari esteri Adel al-Jubeir, a Washington per incontrare Pompeo, ha tuttavia ribadito l’estraneità di bin Salman nel delitto e la tesi di un’operazione non autorizzata. E ha auspicato che il Congresso attenda la conclusione dell’inchiesta di Riad prima di decidere sulle sanzioni. Ma Adel al-Jubeir è stato costretto a negare ogni coinvolgimento di Riad anche in un’altra vicenda, quella delle foto osé e dei messaggi piccanti tra il patron di Amazon Jeff Bezos e la sua amante di cui è entrato in possesso il National Enquirer di David Pecker, sostenitore e amico di lunga data di Donald Trump. “Mi sembra una soap opera ma noi non abbiamo nulla a che fare”, ha detto alla Cbs. Denunciando pubblicamente un tentativo di ricatto ed estorsione, Bezos ha sostenuto che Pecker è rimasto irritato in parte dalla copertura del Washington Post, di cui è editore, sui legami tra lo stesso Pecker e i sauditi, sullo sfondo dei rapporti con Trump. (ansa)

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