Atteso il primo verdetto inglese all’estradizione in Usa dove rischia di morire in carcere

Caso Assange, minaccia alla libertà di stampa

Julian Assange

LONDRA (Gran Bretagna) – Porte aperte alla Corte londinese di Old Bailey per l’udienza in cui stamattina è prevista la lettura della sentenza di primo grado del giudice distrettuale britannico Vanessa Baraister, sulla controversa richiesta d’estradizione negli Usa di Julian Assange, cofondatore e animatore di WikiLeaks.
Il 49enne attivista australiano – detenuto da mesi in stato di carcerazione cautelare, e in condizioni di salute precarie secondo alcuni medici, nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, alle porte di Londra – è accusato dalle autorità americane di violazione dello Espionage Act (contestato per la prima volta in un caso di pubblicazione di documenti riservati sui media) e di presunta complicità in pirateria informatica con l’ex militare Chelsea Manning, per aver contribuito a svelare dal 2010 imbarazzanti file segreti di Washington: incluso materiale fatto filtrare dagli archivi del Pentagono relativo a crimini di guerra in Afghanistan e Iraq. Oltreoceano rischia una condanna a 175 anni, ossia di morire in galera. Mentre la difesa denuncia le imputazioni come infondate, come frutto di vendetta politica e come una minaccia alla libertà di stampa.

Julian Assange

L’attesa quasi unanime è comunque per un via libera all’estradizione, verdetto contro cui Assange potrà far ricorso nel caso fino alla Corte Suprema e magari alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: nell’ambito d’un iter destinato a durare mesi sulla carta, prima dell’eventuale timbro (scontato) del ministro dell’Interno britannico alla consegna effettiva all’alleato americano.
La compagna di Julian, l’avvocato sudafricano dei diritti umani Stella Morris, che gli ha dato due figli nei 7 anni da lui trascorsi da rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, è stata fra i primi stamane ad arrivare in aula: ieri ha bollato la possibile estradizione come “politicamente e legalmente disastrosa” per la reputazione del Regno Unito. Lo stesso ha detto Kristinn Hrafnsson, giornalista investigativo islandese e attuale direttore di WikiLeaks; e denunce contro la detenzione e il procedimento legale a cui è sottoposto Assange sono venute da Amnesty International, Reporters Sans Frontières, da una commissione Onu, nonché da figure pubbliche, politici, celebrità, sostenitori dell’ex primula rossa australiana. (ansa)

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