I detenuti sono persone. È ora di convocare gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale 2030

Carceri oltre le appartenenze: diritti e sicurezza

Giovanna Francesca Russo, coordinatrice nazionale del Forum dei Garanti regionali e Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale della Calabria

ROMA – Il carcere continua troppo spesso ad essere raccontato come una questione di una o dell’altra parte politica. È un errore che il Paese non può più permettersi.
Quando la questione penitenziaria diventa terreno di scontro ideologico, il rischio è quello di perdere di vista l’obiettivo principale: costruire un sistema capace di garantire contemporaneamente sicurezza, legalità, dignità della persona e tutela dei diritti. Non esiste sicurezza senza diritti, così come non esistono diritti senza sicurezza. Sono principi complementari che devono procedere insieme, senza contrapposizioni e senza strumentalizzazioni.
A rendere ancora più evidente questa necessità vi è una contraddizione che attraversa oggi l’intero sistema penitenziario italiano: quella tra la qualità delle norme e la loro concreta attuazione.

Giovanna Russo

Il nostro ordinamento dispone di principi avanzati, riconosciuti anche a livello internazionale, che pongono al centro la funzione rieducativa della pena, la tutela della salute, il reinserimento sociale e il rispetto della dignità della persona.
Tuttavia, troppo spesso tali principi si scontrano con una realtà caratterizzata da sovraffollamento, carenze di personale, difficoltà organizzative, insufficienza delle risorse e profonde disomogeneità territoriali.
Questa distanza tra ciò che la legge prevede e ciò che concretamente accade negli istituti rappresenta una delle principali fragilità del sistema. Non è più sufficiente continuare a produrre norme se non si costruiscono contestualmente strumenti, metodologie, responsabilità e risorse capaci di renderle effettive. Ciò che oggi manca non è soltanto una riforma, ma una visione metodologica condivisa e una programmazione pluriennale delle politiche penitenziarie.
Il carcere è un sistema complesso nel quale convivono esigenze di sicurezza pubblica, salute, trattamento, formazione, inclusione sociale, contrasto alla recidiva e lotta alla criminalità organizzata. Affrontare singolarmente questi aspetti, o peggio utilizzarli come argomenti di propaganda, significa aumentare le probabilità di fallimento delle politiche pubbliche.
Vi è poi un aspetto sul quale non sono più consentite ambiguità. Le mafie e le organizzazioni criminali non violano soltanto la legge: violano i diritti fondamentali delle persone più fragili. Prosperano sulla paura, sul bisogno, sulla povertà educativa e sull’assenza di opportunità. Le prime vittime del potere criminale sono sempre i più vulnerabili.

La Camera dei Deputati

Per questa ragione il contrasto alle mafie e la tutela dei diritti non rappresentano due percorsi distinti, ma la stessa battaglia democratica. Dove arretrano i diritti avanza il potere criminale; dove lo Stato è presente con autorevolezza, giustizia e umanità arretrano le mafie.
Per tutte queste ragioni non è più procrastinabile l’apertura di una nuova stagione di confronto nazionale che coinvolga Governo, Parlamento, Magistratura, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Regioni, sanità, università, terzo settore, organizzazioni sindacali, operatori e Autorità di garanzia. Potrebbe essere il momento di convocare veri e propri Stati Generali dell’Esecuzione Penale 2030, capaci di raccogliere l’eredità delle precedenti esperienze e trasformarla in una programmazione concreta, misurabile e verificabile.
Un luogo di elaborazione strategica nel quale definire priorità, obiettivi, indicatori di risultato e responsabilità istituzionali, superando definitivamente la logica emergenziale che da troppo tempo accompagna il dibattito sul carcere.
Il monito a tutte le istituzioni, alla politica e alla società civile è semplice: il carcere non appartiene a una parte, appartiene alla Repubblica. E le grandi questioni della Repubblica non possono essere affrontate con divisioni pregiudiziali o interessi di schieramento. Sicurezza, diritti, trattamento, salute e contrasto alla criminalità organizzata devono diventare un terreno di convergenza nazionale. Perché quando si smette di cercare soluzioni comuni su temi così delicati, non perde una parte politica: perde lo Stato. E quando perde lo Stato, a vincere sono sempre coloro che hanno interesse a indebolire la legalità, la democrazia e la libertà delle persone.

Giovanna Russo

È arrivato il momento di passare dal dibattito alla programmazione, dalle appartenenze alla responsabilità, dalle contrapposizioni alla costruzione di una visione comune. Il sistema penitenziario italiano ha bisogno di una nuova stagione riformatrice. E il tempo per iniziarla è adesso.
Questa non è di una riflessione teorica, né una generica sollecitazione istituzionale. In questi anni, tanto nella mia qualità di Garante regionale della Calabria quanto di coordinatrice nazionale del Forum dei Garanti regionali, ho ritenuto doveroso accompagnare l’analisi delle criticità con proposte concrete e percorsi operativi.
Dalle proposte di legge regionale in materia di antimafia penitenziaria, governance dei processi, sanità penitenziaria e tutela delle fragilità, fino alla trasmissione agli organi competenti di specifici progetti di riforma e di coordinamento interistituzionale, l’obiettivo è stato sempre lo stesso: favorire un cambio di passo reale, misurabile e condiviso.

Giovanna Russo

Troppo spesso, infatti, quando si parla di carcere si assiste a una narrazione prevalentemente orientata alla denuncia delle criticità. Una denuncia certamente necessaria, ma che da sola rischia di trasformarsi in una sterile declaratoria disfattista, incapace di produrre cambiamento. Il sistema penitenziario ha, invece, bisogno di un approccio diverso: critico ma costruttivo, rigoroso ma collaborativo, capace di affiancare alla segnalazione dei problemi la responsabilità di indicare soluzioni praticabili.
Il tempo delle analisi infinite e delle contrapposizioni improduttive è ormai esaurito. Oggi serve una stagione nuova nella quale ciascuna istituzione sia chiamata non soltanto a evidenziare ciò che non funziona, ma anche ad assumersi la responsabilità di concorrere alla costruzione delle risposte. Perché il carcere non ha bisogno di osservatori del fallimento, ma di servitori del cambiamento. (giornalistitalia.it)

Giovanna Russo

 

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