Camillo Galba

ROMA – Il tempo vola. E di anni, dalla scomparsa di Camillo Galba, quel maledetto 25 agosto 2014, ne sono passati già quattro. Strappato alla vita a soli 57 anni, nel giro di poche settimane, ha lasciato un vuoto enorme. 
Giornalista professionista iscritto all’Ordine dell’Emilia Romagna, Camillo era vice caposervizio nella redazione Interni ed Esteri del quotidiano Libertà di Piacenza dal 1981 e componente della Giunta Esecutiva e del Dipartimento Sindacale della Fnsi, dopo aver ricoperto per due mandati gli incarichi di vicepresidente (dal 1998 al 2004) e di presidente (dal 2004 al 2011) dell’Associazione della Stampa Emilia Romagna.
Un collega serio, attento e preparato, sia in campo professionale che sindacale – ho ricordato in occasione della sua morte – ma soprattutto un punto di riferimento per quanti hanno sempre creduto nel valore della professione giornalistica e nella difesa, senza se e senza ma, dei più deboli e dei più bisognosi.
Spesso critico (il 9 luglio 2014 aveva firmato il rinnovo del contratto nazionale Fieg-Fnsi per il quale aveva in precedenza sospeso il suo voto), ma mai pretestuoso, è stato l’amico che tutti avremmo voluto sempre avere accanto. Cortese, cordiale e riservato, sulle prime dava l’impressione di essere introverso, ma in realtà aveva l’animo gentile e il cuore nobile degli uomini migliori.
Un professionista serio, ma soprattutto una persona perbene. Un signore di altri tempi. Di quelli di cui, soprattutto in tempi di profonda crisi di identità del giornalismo italiano, si sente assoluto bisogno.
Un uomo – non mi stancherò mai di ripeterlo – che ha sempre rappresentato la coscienza critica di una categoria che non può e non deve mai derogare ai principi fondamentali della nostra professione. La coscienza critica che costituisce il sale del sindacato, che non è fatto di burocrati, né di burattinai e burattini con o senza fili. La crisi economica è devastante, tanti, troppi, colleghi perdono continuamente il lavoro e tanti di più lo sognano, ma rischiano di non vederlo mai.
Sono passati quattro anni e il ricordo di Camillo, di quell’uomo vero, con un sorriso, franco e autorevole, dolce e pulito, è sempre vivo. Ma soprattutto sono vivi i suoi valori e la sua caparbietà nel battersi, fino alla fine, per la libertà e la dignità del lavoro che non hanno prezzo e non ammettono eccezioni. Onore al ricordo di un grande. (c.p./giornalistitalia.it)

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