ROMA – «Il grano era un po’ la vita stessa di noi contadini: il valore del podere si misurava in base alla quantità di grano che si raccoglieva. Era bello vedere i miei familiari soddisfatti per il raccolto. La prima balla di grano andava alla comunità per volere di mio nonno. Da lì ho appreso il grande tema della vita: l’equilibrio tra profitto e dono». Bellissimo.
Davvero bellissimo. Semmai da rivedere, e non a casa. Ma al cinema, in una delle 85 sale che lo hanno in cartellone. Io l’ho visto al Barberini di Roma, perché la magia della sala di proiezione di un cinema è unica.
Fino a una settimana fa, ovvero fin quando il direttore di Giornalisti Italia, Carlo Parisi, non mi ha chiesto di recensirlo, non sapevo nulla di questo film, né tantomeno mi ero mai occupato o interessato alla vita di Brunello Cucinelli, considerato il re del cachemire, uno degli industriali italiani più amati e più conosciuti nel mondo, per via della sua azienda tessile e delle sue certezze non solo imprenditoriali, ma anche filosofiche letterarie e umanistiche.
«Penso che ogni cosa – afferma Cucinelli – debba essere contemporanea, perché allora il capitalismo non dovrebbe esserlo? Credo che non ci debba essere troppa disparità nei compensi e che occorra invece il giusto profitto, ovvero un equilibrio tra profitto e dono. Nella mia azienda chiunque tratta male un altro è licenziato».
Il titolo originale del film è “Brunello. Il visionario garbato”, un film documentario diretto da Giuseppe Tornatore, prodotto da Brunello Cucinelli spa e MasiFilm in collaborazione con Rai Cinema, e che racconta appunto la vita e il percorso umano e professionale di Brunello Cucinelli, stilista e imprenditore italiano, fondatore dell’omonima casa di moda di fama internazionale, che non ha mai smesso di dimenticare il suo passato povero.
«Ho ancora nei sensi – ricorda Brunello Cucinelli – il profumo, i suoni e le luci della vita contadina nella quale sono nato. Eravamo una famiglia di tredici persone, abitavamo in campagna a Castel Rigone, in un casale rustico circondato da campi, frutteti e boschi. Quella vita era come un piccolo mondo perché conteneva al suo interno il germe di ogni cosa fondamentale dell’esistenza».
Vale la pena di vederlo, vi assicuro. Sono due ore di spettacolo, o meglio: due ore di immagini, di montaggi, di luci e controluce, di scenari fiabeschi e di colori patinati, sfumati, a tratti leggiadri, dove dentro c’è per intero il sapore malinconico e intenso della vita personae di questo straordinario protagonista del nostro secolo.
Credo che Giuseppe Tornatore in questo suo ultimo lavoro abbia dato tutto sé stesso e fino in fondo, perché ci sono spezzoni di altissima cinematografia neorealista e contemporanea insieme.
«Nella mia vita – spiega Cucinelli – ho visto tanti docufilm dove la persona che era nella tomba si girava, e mica si piaceva tanto. Perché dopo morti non sembravano più tanto brave persone. E allora io ho deciso di farlo in vita, affinché le persone potessero sentirlo dalla mia voce. Per farlo ho chiamato Giuseppe Tornatore, visto che il film della mia vita è Nuovo Cinema Paradiso. Ho vissuto come in quel film. Prima ha detto che sarebbe stato difficile, poi – dopo un mesetto – l’ho convinto, senza imporre scadenze temporali perché il grande artista può avere anche giornate di non creatività. Per le musiche avevamo il grande maestro Nicola Piovani, altro premio Oscar. Poi siamo entrati nella parte più intima della mia anima, ci sono voluti tre anni, due di riprese e uno per il montaggio. È stata una bella storia, molto emozionante».
Attraverso immagini, interviste e testimonianze, il film ripercorre la sua straordinaria carriera di industriale e mecenate italiano, dagli inizi umili al successo globale, una icona dello star system internazionale, ma soprattutto un uomo sempre guidato da una visione etica dell’impresa, cosa che il film di Tornatore rende perfettamente bene, nei toni giusti e nella maniera più dolce di questo mondo.

A sinistra: Brunello, il secondo da sinistra, con i suoi fratelli e un cugino nella loro abitazione in campagna a Castel Rigone; a destra: runello a sedici anni, studente geometra
Nel cast del film documentario Saul Nanni interpreta il ruolo di un giovane Brunello Cucinelli; fanno parte del cast anche Francesco Cannevale, Francesco Ferroni, Emma Fatone e Beatrice Carlani.
Il film mette in luce non solo l’ascesa dell’azienda che porta il suo nome, ma anche la filosofia che la anima fin dalla nascita, e che è un’idea di “capitalismo umanistico”, in cui il profitto è strettamente legato alla dignità del lavoro, alla bellezza, alla cultura e al rispetto per il territorio.
«Ogni cosa bella – racconta lo stesso Brunello Cucinelli – mi è venuta dalla famiglia e dalla vita di campagna, quei cieli sempre nuovi, con nuvole fuggenti, azzurri infiniti, firmamenti di stelle, e gli odori dei campi, lo stabbio, il profumo dei meli in fiore, dei gelsomini essiccati che mia madre riponeva negli stipetti per profumare il bucato, i sapori essenziali di quei cibi semplici che ancora oggi mi sono rimasti nel cuore. Il filosofo e poeta greco Senofane diceva: “Dalla terra tutto deriva”, e penso di poter dire che noi vivevamo in armonia con il Creato. Non vi era solo la famiglia, però. La vita esterna, per quanto limitata alla sola esperienza scolastica, contava, perché ci occupava ogni mattina e la sera, con i compiti che svolgevo solo grazie alla pazienza di mia madre nel farmi imparare a memoria le poesie».

La famiglia Cucinelli nel 2017. Da sinistra, Riccardo, Camilla, Penelope, Vittoria, Alessio, Carolina, Federica e Brunello
Quello che il grande regista siciliano regala oggi alla storia del cinema, e quindi alla storia della comunicazione, è certamente il ritratto intimo di un uomo che ha saputo coniugare eleganza, visione imprenditoriale e valori profondi, ma questo lo si coglie perfettamente bene dalle cose che lo stesso Brunello Cucinelli racconta in pubblico di sé stesso.
«Mi piace pensare, per la mia parte, di essere un “lampadiere” che percorre con passione il suo viaggio misterioso e coraggioso. Oggi che per me gli anni a venire sono minori di quelli passati, è sempre più frequente immaginare che la fine di una vita è la nascita di un’altra: ho imparato questo dalle parole che un caro amico mi disse alla morte di mio padre. E mi riconosco nella sapienza di Confucio quando dice: “A sessant’anni posso lasciar vagare la mia mente senza trasgredire la legge morale”.
Alla vita futura, quella dei nostri figli e di tutti quelli che verranno dopo di noi, dobbiamo costantemente pensare: il migliore di ogni patrimonio che i padri possano lasciare ai figli in eredità, è la gloria della virtù e delle grandi azioni». Il giorno del lancio ufficiale del film, i grandi giornali italiani parlano di Brunello Cucinelli per quello che è: uno stilista famoso per la produzione di abiti in cashmere di alta qualità, un industriale la cui filosofia rifiuta il fast fashion a favore di una moda durevole ed etica.
Ma la vera notizia è legata ad una delle stagioni più buie della storia. Sono gli anni del Covid, quando Brunello Cucinelli decide di donare 30 milioni di euro per creare un fondo a favore dell’umanità, dopo aver devoluto gran parte degli utili della sua azienda a progetti culturali e sociali.
Eccolo il vero mantra di Brunello Cucinelli: «Se durerà la nostra famiglia, che è il luogo della pace, durerà la nostra casa, e con essa le nostre città e il mondo intero con la sua immensa bellezza. La nostra patria è dove abbiamo scelto di vivere, è dove ognuno ha diritto di poter restare. Ma vivere non basta, è necessario vivere bene, tenendo nel massimo conto, come insegna Kant, il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi. Nemmeno le leggi umane che ci siamo date vanno ignorate: penso a Pericle, con il suo esempio magnifico di democrazia in Atene; qualche legge potrebbe forse non piacerci, ma nel rispettarla è la nostra libertà sociale».
Questo film, insomma, è una bellissima favola moderna, che oggi Giuseppe Tornatore rende quanto mai reale e palpabile per milioni di spettatori diversi in ogni parte del mondo. Lo fa alla sua vecchia maniera, e chi ha visto “Nuovo Cinema Paradiso” almeno una volta nella sua vita capirà molto meglio tutto il resto.
«Il mio – spiega Tornatore – non è un documentario. Non è neanche un film, e non è uno spot pubblicitario, ma è una fusione di generi. L’idea era quella di raccontare la vita dell’imprenditore Brunello Cucinelli in un intreccio di linguaggi: da un lato il documentario classico, dall’altro la messa in scena cinematografica di un film forse inesistente.
I due piani narrativi si sovrappongono e si contaminano, in una ricerca sperimentale audace e spensierata. Non sapevo niente di lui, all’inizio ero restio, mi sono defilato, ma ha insistito come sa fare lui. Riesce sempre a ottenere quello che vuole. È stato curioso scoprire piano piano, dai suoi racconti, degli elementi della storia. Quello scatenante è stato il rapporto con il gioco delle carte, ho raccontato quindi tutto come fosse stata una partita a carte. È stato disponibile a una lavorazione episodica, spalmata in due anni. Questa libertà l’hanno poi rispettata tutti. Lui è stato bravissimo, si è comportato da morto, non si è mai intromesso. Ha visto il film finito, non mi ha chiesto di fare nessuna modifica».
Ad un genio della pellicola come Giuseppe Tornatore si può perdonare di tutto, ma ancora una volta bisogna riconoscere che il genio siciliano ha prodotto un gioiello poetico e sublime che coinvolge lo spettatore dall’inizio fino alla fine, e a tratti commuove. «L’idea del film – racconta ancora il regista – è nata con la volontà di ricostruire una parte della storia di Brunello Cucinelli, altrimenti avrei dovuto solo fare un documentario di interviste, ma la cosa non mi attraeva.
Il materiale di repertorio non era molto, c’erano situazioni molto interessanti dal punto di vista visivo, che ho ricostruito come fosse un film, ma è tutto vero. La sua storia mi è sembrata attuale per come affronta la tematica dei giovani, che non sanno cosa fare quando raggiungono quel momento in cui si smarriscono e i genitori si arrabbiano, perché pensano che i figli non troveranno mai una via.
Ho capito che era un argomento che avrebbe potuto colpire gli spettatori più giovani che vedranno il film. Anche lui da ragazzo non sapeva cosa fare e faceva arrabbiare i genitori. Mi hanno colpito poi della sua storia i tanti incontri fortunati che ha avuto, tutti si offrivano per la sua empatia, una maniera tutta sua che lo contraddistingue ancora adesso. Riuscire a essere simpatico induce negli altri una predisposizione alla generosità maggiore rispetto a chi è orso come me». (giornalistitalia.it)
Pino Nano













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