ROMA – Ci sono momenti, nella storia dei grandi giornali, in cui la crisi non riguarda più soltanto i conti e gli aspetti economici, ma il senso stesso del loro esistere, la propria identità: il Washington Post sta attraversando proprio questa fase.
Il piano di esuberi di oltre 300 giornalisti su una redazione di 800, annunciato dai vertici dell’azienda di proprietà di Jeff Bezos, fondatore di Amazon, non è soltanto un semplice ridimensionamento, ma il segnale di un cambiamento profondo del suo perimetro editoriale.
Chiudono, infatti, sezioni storiche ed importanti come “Libri” e “Sport”, viene fortemente ridimensionata la cronaca locale, si indebolisce la copertura estera e scompare, finanche, “Post Reports”, il podcast di punta del giornale.
La nuova strategia che si sta mettendo in atto, in questo momento, al Washington Post punta quasi esclusivamente su politica governativa e su aree ad alta redditività digitale come Salute, Scienza e Tecnologia. Non si tratterebbe, quindi, di una semplice riorganizzazione, ma di un passaggio da un giornale autorevole che raccontava la complessità del mondo ad uno che insegue singoli frammenti di mercato.
Per comprendere tale cambio di scenario bisogna tornare al 2013, quando Jeff Bezos acquistò il quotidiano ed il Washington Post divenne, grazie ad innovazione e crescita record di abbonati, un punto di riferimento del giornalismo liberale durante l’era Trump.
Si trattava di un giornale che sembrava aver trovato nella solidità economica dell’editore la garanzia della propria indipendenza. Ma non fu così.
La rottura avvenne progressivamente e divenne definitiva, nel 2024, con la decisione di non pubblicare l’endorsement presidenziale per Kamala Harris. Una scelta, questa, che molti giornalisti interpretarono, all’epoca, come un segnale di prudenza politica, se non di timore, verso un possibile ritorno di Trump alla presidenza.
Da quel momento, la crisi non fu più solo economica, ma di fiducia: si susseguirono dimissioni di firme storiche, disdette ed una crescente frattura tra giornale e pubblico.
Oggi, alla notizia di tale ridimensionamento, le parole di Marty Baron, lo storico direttore che ha guidato il rilancio del giornale fino al 2021, suonano durissime: «Una delle giornate più buie nella storia del giornalismo mondiale».
Non mancano, tra l’altro, le critiche verso l’attuale gestione del Ceo Will Lewis, accusato di mancanza di visione e di una gestione poco chiara dei rapporti con la proprietà, mentre la stampa americana ha usato parole davvero impietose con The Atlantic che ha parlato di “omicidio del Washington Post” e, allo stesso tempo, con l’analista Nate Silver che ha definito questa parabola un “triste declino autoinflitto”.
Ciò che emerge da questa vicenda è che quello che sta accadendo al Washington Post non riguarda solo gli Stati Uniti: si tratta di un segnale per tutto il mondo dell’informazione.
Tale episodio ricorda a tutti noi che la crisi dei giornali non si misura solo nei numeri, ma nella capacità di difendere la propria identità editoriale. Ed un quotidiano che riduce la propria “voce” per sopravvivere, non rischia soltanto di diventare piccolo o limitato in termini numerici, ma di smettere di essere un vero punto di riferimento per i lettori. Di perdere, cioè, quella funzione civile che lo rende necessario alla vita democratica. E di scomparire. (giornalistitalia.it)
Margherita Ambrogio






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