La pistola, mai trovata, è al centro della recente proroga delle indagini. Si torna a sperare

Beppe Alfano e quella calibro 22 made in Usa

Beppe Alfano

MESSINA – 8 gennaio, la campana della memoria rintocca, a distanza di qualche giorno, nuovamente in Sicilia per ricordare la vita, stroncata dalla violenza, di un altro cronista, Giuseppe Aldo Felice Alfano, conosciuto come Beppe, ucciso nel 1993.
Rintocca la campana per rammentarci ancora una volta che capire, denunciare e informare l’opinione pubblica possono essere attività molto pericolose.
Testimonianza di ciò è la storia di Beppe Alfano, persona integra e tutta d’un pezzo, uomo di destra, un giornalista senza tesserino (l’iscrizione all’albo fu postuma, alla memoria) ma fortemente impegnato nella quotidianità complessa e inquinata della Sicilia degli anni Ottanta – Novanta, la Sicilia delle stragi, in cui affrontare a viso aperto il sistema di potere mafioso, che con la politica faceva floridi affari, equivaleva a diventare scomodo e a farsi molti nemici.

Sonia e Beppe Alfano

Beppe cercava le notizie e, una volta trovate e approfondite, non esitava a pubblicarle e a divulgarle. Conviveva con la paura, ma ciò non lo faceva mai desistere dal compimento del suo dovere. Andava avanti con le sue inchieste e avrebbe continuato se non fosse stato ucciso quella sera dell’8 gennaio 1993. Aveva 47 anni.
Lo scorso dicembre, il gip di Messina Valeria Curatolo ha accolto, per insufficienza di prove a carico, la richiesta di archiviazione per Stefano Genovese e Basilio Condipodero, indagati come esecutori materiali del delitto, e ha prorogato le indagini di altri sei mesi per l’«individuazione di possibili ulteriori mandanti dell’omicidio».
Una decisione adottata dopo aver appurato la necessità di approfondire la questione dell’arma utilizzata per il delitto e mai trovata e, in quest’ottica, la sussistenza di rapporti tra Mario Mariani e Rosario Pio Cattafi, detto Saro, personaggio assai controverso nel contesto barcellonese, ascoltato anche nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, più volte indagato per reati mafiosi. Nodo da sciogliere, secondo la magistratura, rimane infatti quello dell’arma calibro 22 di fabbricazione americana. Ci si chiede, inevitabilmente, perché questa direzione non sia stata assunta 25 anni fa.

Beppe Alfano

«Ogni anno, in questa giornata, riviviamo tutto quello che abbiamo passato quel giorno, lo stesso dolore, la stessa agonia. Non ha aiutato certamente – dichiara la figlia Sonia Alfano, già presidente della Commissione antimafia europea, che per prima guidò nel 2012, e da sempre impegnata per la verità sull’omicidio del padre – aver assistito in questi anni ad un’escalation giudiziaria scandita da episodi talvolta anche inverosimili, da anomalie, depistaggi e indagini mai fatte oppure mal condotte e, in ultimo, da un processo di revisione accordato senza che alcuno abbia prima vagliato le prove per giudicarle nuove e utili. Alla luce della recente proroga delle indagini, siamo fiduciosi perché finalmente il gip Valeria Curatolo ha dimostrato di aver letto gli atti con attenzione, orientando le indagini nell’unica direzione possibile. È incredibile che ciò sia stato fatto soltanto adesso. Abbiamo sempre chiesto alla magistratura di fare luce su una serie di elementi concatenati tra loro, senza scandagliare i quali non sarebbe stato possibile dissipare le ombre e i dubbi e raggiungere la verità», spiega ancora la figlia Sonia.

Sonia Alfano

«Ci sentiamo molto incoraggiati dall’attenzione posta sull’arma e sulla speranza del recupero di indagini mai correttamente eseguite in passato. In particolare la magistratura ha chiesto l’intervento di un esperto internazionale di pistole calibro 22 di fabbricazione americana, l’approfondimento dei legami tra Mariani (deceduto, per cui verrà sentita la moglie) e Cattafi, del cui coinvolgimento sono stata sempre convinta, la verifica delle pistole calibro 22 di fabbricazione americana legalmente detenute in Italia, e in particolare nella Sicilia Orientale e Messina, all’epoca dell’omicidio di mio padre e l’individuazione di altri modelli di arma da fuoco compatibili con i proiettili della calibro 22. Si tratta di elementi non trascurabili, a nostro avviso, e che tuttavia solo in quest’ultimo passaggio giudiziario sono stati tenuti nella giusta considerazione e ritenuti meritevoli di approfondimento», evidenzia ancora Sonia Alfano.
Altri elementi utili emergeranno da altri processi in corso, come quello a carico del magistrato Olindo Canali, figura molto controversa nella vicenda, che bene conosceva Beppe Alfano, con cui aveva una frequentazione assidua (lui magistrato e Alfano cronista giudiziario).

Beppe Alfano

Oggi imputato per corruzione in atti giudiziari dinnanzi al tribunale di Reggio Calabria, fu pubblico ministero nel processo di primo grado sulla morte del giornalista, salvo poi essere ritenuto l’autore di un memoriale pervenuto in procura in forma anonima in cui seminava dubbi sulla verità processuale raggiunta e sull’attendibilità del pentito Maurizio Bonaceto, che aveva accusato Nino Merlino, condannato in via definitiva in qualità di esecutore materiale del delitto. Tale memoriale è ad oggi elemento cardine del processo di revisione accordato a Giuseppe Gullotti, proprio con riferimento alla condanna definitiva a trent’anni, in quanto organizzatore del delitto Alfano.
A distanza di 28 anni è ancora doveroso cercare questa giustizia in larga parte negata e, al contempo, onorare la memoria che si è tentato di infangare e infamare.
Beppe era un uomo determinato che avrebbe continuato a cercare e a trovare, se non fosse stato fermato. Andava avanti imperterrito con le sue inchieste sugli Enti pubblici e sui legami tra pezzi di Stato e mafia, incalzava gli esponenti politici. La sua attività contribuiva e contribuì a svelare le trame della città di Messina “babba”, ovvero tonta, rimasta indietro rispetto a Palermo e Catania, come si aveva convenienza a dipingerla, invece non lo era.

Beppe Alfano

Nella metà degli anni Ottanta tra Milazzo e Terme Vigliatore, passando per Barcellona, era stato realizzato il raddoppio ferroviario che fece piovere centinaia di miliardi, scatenando una feroce guerra mafiosa. In questa realtà Beppe Alfano viveva.
Mentre insegnava Educazione tecnica nel vicino comune di Terme Vigliatore, il suo sguardo di arguto cronista coglieva l’esistenza di un profondo radicamento criminale nelle istituzioni – politica, magistratura e forze dell’ordine –, nell’imprenditoria e nella massoneria. Una presenza abbarbicata e tossica, tutta da approfondire e da svelare. Lo aveva capito e intendeva denunciare e raccontare.
Ciò che Beppe Alfano aveva approfondito con le sue inchieste giornalistiche fu confermato da successive indagini giudiziarie che ricostruirono il ruolo di Messina, e in particolare di Barcellona Pozzo di Gotto, crocevia del contrabbando di sigarette prima e di droga poi. Il tutto sotto il controllo del clan catanese del boss Nitto Santapaola, detto “u licantropo”, latitante dal 1982, che Alfano aveva scoperto vivere in latitanza a Barcellona, proprio in via Trento a pochi isolati da casa sua.

Beppe Alfano

Nitto Santapaola fu arrestato pochi mesi dopo l’omicidio Alfano e condannato per le stragi di via Carini, di Capaci e via D’Amelio a Palermo, per l’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari e per quello del giornalista Giuseppe Fava a Catania. Ma Alfano non aveva capito soltanto questo: stava conducendo una sua inchiesta sulla presenza di una loggia massonica deviata, sempre a Barcellona Pozzo di Gotto, e indagava anche sul patrimonio immobiliare dell’Associazione Italiana Assistenza Spastici (Aias), sulla gestione di somme miliardarie e su presunte commistioni con interessi privati.
Con le sue inchieste giornalistiche, Alfano si era anche occupato dei finanziamenti europei legati al commercio di agrumi sul litorale tirrenico messinese in cui gravitavano gli interessi economici dei Santapaola e di imprenditori appartenenti alla massoneria deviata. Al centro di questo intreccio, che riconosceva a Barcellona Pozzo di Gotto un nodo cruciale, vi era un giro miliardario di riciclaggio di denaro sporco attraverso sovvenzioni agroalimentari della Comunità Europea. Alfano aveva scoperto tutto ed era diventato un elemento scomodo da rimuovere in un ingranaggio molto più grande di lui e nel quale, nonostante avesse cercato di interessare tutti i livelli istituzionali, era rimasto isolato.

Beppe Alfano

Militante di destra prima in Ordine Nuovo e poi nel Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante, aveva iniziato la sua attività di collaboratore alla fine degli anni Settanta, svolgendo attività giornalistica in alcune emittenti radiofoniche private messinesi come Radio Peloro, Radio Canale Trenta, Radio Milazzo. Negli anni Ottanta era stata la volta delle collaborazioni televisive in altre emittenti, tra le quali Tele News, questa ultima di proprietà di Antonino Mazza, anche lui ucciso alcuni mesi dopo dalla mafia, nel luglio del 1993. Poi nel 1991 l’approdo alla carta stampata, come corrispondente del quotidiano catanese La Sicilia. In questa sua attività aveva centrato subito le questioni nevralgiche della vita barcellonese che, per chi avesse voluto vedere e capire, non avrebbero potuto prescindere dalle suddette trame criminali.
Era la sera dell’8 gennaio 1993 quando in via Marconi, nella sua Renault 9 rossa, il professore con la passione per il Giornalismo veniva freddato da tre colpi di pistola calibro 22 North American Arms, mai trovata e adesso al centro della recente proroga delle indagini. Moriva sul colpo lasciando moglie e tre figli, Sonia, Francesco e Fulvio.

Beppe Alfano

La morte di Beppe Alfano, come altre che spesso ci troviamo a raccontare esercitando il dovere della memoria e rievocando storie di giornalisti uccisi per il loro ideale di verità, divenne oggetto di tentativi anche infamanti di sviamento dell’attenzione (movente passionale e abusi su minori) dalla sua attività giornalistica e dalle verità scomode che denunciava e portava alla luce con le sue inchieste.
I processi, celebrati tra le due sponde dello Stretto tra Reggio Calabria e Messina, arrivarono alcuni anni dopo, l’iter complessivo fu lungo e ad oggi non ancora concluso. Arrivarono in appello una prima condanna a trent’anni (dopo l’iniziale assoluzione) per l’organizzatore Giuseppe Gullotti – assiduo frequentatore dell’associazione Corda Frates da cui poi fu espulso, colui che consegnò a Giovanni Brusca il telecomando per la strage di Capaci e uomo di fiducia a Barcellona dell’allora latitante Santapaola – e la conferma della condanna a 21 anni per Nino Merlino in qualità di esecutore materiale.

Beppe Alfano

Una condanna altalenante: dopo due annullamenti in Cassazione e due nuovi giudizi, la condanna divenne definitiva nel 2006. Era stato imputato, quale mandante, anche Antonino Mostaccio, presidente dell’Associazione Italiana Assistenza Spastici (Aias), ma fu assolto in entrambi i gradi di giudizio.
Il quadro giudiziario di questo delitto è risultato nel tempo assaltato da dubbi e gravi depistaggi. Rimangono, infatti, da chiarire tanti aspetti, unitamente a quelli legati all’arma mai trovata. La famiglia, rappresentata dall’avvocato Fabio Repici, non si è mai arresa. Ci sono livelli superiori ancora lasciati fuori dalle indagini e filoni di approfondimenti essenziali ancora da espletare.
La famiglia Alfano non si arrende e, per voce di Sonia, dichiara di accogliere con fiducia la recente proroga delle indagini dalle quali si aspetta, con speranza, quegli sviluppi ormai attesi da 28 lunghi anni. (giornalistitalia.it)

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