REGGIO CALABRIA – Una carneficina mediatica. E nessuno si ferma. Oggi è successo di nuovo. Un altro episodio drammatico, doloroso, umano, trasformato in contenuto da clic, esca per reazioni.
Di fronte a un gesto estremo come il suicidio, c’è chi ancora si permette di raccontare il dolore (è stato postato sui social il video di una ragazza, perfettamente riconoscibile, protagonista di un episodio fortunatamente sventato da forze dell’ordine e vigili del fuoco) come se fosse un reality, una puntata qualunque nel grande spettacolo della notizia. Senza filtri. Senza rispetto. Senza alcuna competenza.
Non si tratta solo di mancanza di delicatezza. Si tratta di irresponsabilità informativa. Di violenza narrativa, travestita da diritto di cronaca. Di una cultura del sensazionalismo che non informa: disintegra. Che non aiuta: sfrutta.
Una cultura che trasforma la tragedia in evento social, in contenuto da commentare, in “notizia utile” solo per chi vive di like o informazioni (non notizie) acchiappa-traffico. Non è questo il giornalismo. Non può esserlo. E non deve esserlo.
Oggi non vogliamo parlare del singolo caso (che non merita neppure di essere citato ed è già al vaglio delle autorità competenti). Perché non è di un fatto che si tratta, ma di un meccanismo malato, ormai normalizzato. Un circolo vizioso dove chi parla troppo spesso non è neppure giornalista, ma improvvisato blogger, urlatore da tastiera.
Eppure, accade su canali visti e condivisi da migliaia, a volte milioni, di persone. Senza filtri, senza rispetto non solo dell’etica e del codice deontologico, ma addirittura senza responsabilità e, soprattutto, buonsenso.
Per questo oggi voglio anche difendere la mia categoria. Il giornalismo vero, quello che si fa con coscienza, mestiere e rispetto. Quello che segue regole precise, come quelle dettate dal Codice deontologico, che vietano la spettacolarizzazione della sofferenza, in particolare nei casi di suicidio.
Il diritto di informare non è un diritto assoluto. È una responsabilità pubblica. E chi se ne dimentica sta compiendo un danno, non solo alla dignità delle vittime, ma alla dignità dell’informazione stessa. Fermiamoci. Riflettiamo. E torniamo a considerare la parola non un’arma, ma uno strumento di rispetto, verità e giustizia. (giornalistitalia.it)
Ilda Tripodi





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