Repubblica chiude doverosamente la sede di Roma, ma Molinari si fa prendere la mano

Attenti al virus, ma non uccidiamo il giornalismo

Maurizio Molinari, direttore del quotidiano la Repubblica

ROMA – Un caso di Coronavirus nella redazione centrale del quotidiano la Repubblica ha imposto la temporanea chiusura della sede di via Cristoforo Colombo a Roma per attuare i protocolli di sanificazione dei locali e sottoporre a tampone tutto il personale. Non è la prima volta, non sarà l’ultima, purtroppo.
Le redazioni dei giornali non sono, certo, immuni al virus e bisogna imparare a conviverci. Lo spiega oggi Maurizio Molinari in un editoriale pubblicato nella prima pagina del giornale fondato da Eugenio Scalfari.
Un lungo editoriale destinato a far discutere perché, al di là delle motivazioni oggettive che hanno inevitabilmente portato alla temporanea chiusura della redazione, affronta temi che vanno ben oltre la contingenza sanitaria. Temi cari agli editori, che non vedono l’ora di smantellare le redazioni dei giornali, rivoluzionando l’organizzazione del lavoro, ma soprattutto minando alla base l’essenza stessa del giornalismo.

La sede di Repubblica, al numero 90 di via Cristoforo Colombo a Roma

«La seconda ondata del Covid 19 – scrive Molinari – avvolge ormai l’intero Paese innescando dentro città, piccoli centri, quartieri e singole famiglie un mosaico di situazioni di emergenza che ci fanno sentire tutti esposti, indifesi, vulnerabili all’aggressività della pandemia. Il nostro giornale è un tassello di questo mosaico e oggi esce, per la prima volta dalla fondazione, frutto di lavoro giornalistico condotto da remoto, grazie alle nuove tecnologie, a seguito della necessità di chiudere e sanificare la redazione di Roma perché uno di noi è risultato positivo al Covid 19».
Quindi aggiunge: «La nostra sede sigillata, i redattori in fila per sottoporsi ai tamponi, le riunioni di redazione online, i documenti di lavoro condivisi sul web, gli articoli, le foto, i grafici e le pagine confezionate in smart working descrivono quali e quanti cambiamenti servono per consentire a un quotidiano nazionale come Repubblica di continuare ad uscire a dispetto della pandemia, mantenendo intatta la qualità dell’informazione che è alla base del rapporto con i lettori su ogni piattaforma. Tutto ciò non sarebbe possibile senza il totale impegno dei singoli redattori, grafici, collaboratori e dipendenti del giornale che hanno affrontato l’intrusione del virus con senso di responsabilità collettivo e flessibilità personale».

La redazione del quotidiano la Repubblica

Lavorare da casa è un modo, obiettivamente l’unico in alcuni casi, per tentare di sfuggire al contagio, ma si può immaginare un’informazione fatta esclusivamente da casa (e spesso con mezzi propri, spese comprese)?
Il direttore di Repubblica non lo scrive, quindi non è chiaro se si riferisca solo al desk o, invece, a tutti i giornalisti. Certo è che Molinari conclude il suo editoriale affermando che «bisogna  moltiplicare l’ingegno per immaginare come convivere con la minaccia restando noi stessi. Lo sviluppo delle tecnologie emergenti, la revisione della mobilità, nuove forme di istruzione e lavoro – afferma – possono rivelarsi determinanti a tal fine, ma a patto di essere consapevoli che questi cambiamenti sono destinati ad essere permanenti. Non solo per battere il feroce Covid 19 ma per proteggerci da altre possibili pandemie».
Immaginare un’informazione senza cronisti per strada, negli ospedali, ovunque sia necessario essere presenti “sul campo” per raccontare i fatti, sarebbe come raccontare una guerra senza inviati, ovvero affidandosi alla visione unilaterale della telecamera del “grande fratello”.
Insomma, misure di sicurezza sì, tante e per tutti i giornalisti, soprattutto per i precari che non hanno uno straccio di tutela sanitaria, ma non facciamoci prendere la mano.
Il giornalismo è un mestiere che si svolge sul campo. Come quello del medico, dell’infermiere, del poliziotto, dell’autotrasportatore, del negoziante: senza di loro la società si ferma e collassa. È un mestiere rischioso, molto rischioso in alcuni casi, ma chi sceglie di farlo lo sa.  È il prezzo della democrazia. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo ha detto chiaramente: «Strumento primario di conoscenza e valutazione critica, il bene dell’informazione rientra nel novero dei diritti di rilevanza costituzionale strettamente correlato ad altri principi fondamentali riconosciuti dal nostro ordinamento». Se crediamo veramente nel giornalismo, faremmo bene a non dimenticarcene. (giornalistitalia.it)

Carlo Parisi

 

 

I commenti sono chiusi