La Gran Bretagna respinge l’istanza. Ifj: “Evitato un terribile precedente per i giornalisti”

Assange non verrà estradato, carcere Usa disumano

Julian Assange

LONDRA (Gran Bretagna) – Respinta l’istanza di estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti, dove il fondatore australiano di WikiLeaks è accusato di spionaggio e pirateria per aver  violato le reti informatiche del Governo pubblicando, fra il 2010 e il 2011, centinaia di migliaia di documenti riservati relativi, fra l’altro, a crimini di guerra in Afghanistan e Iraq, oltre che dispacci dei diplomatici americani nel mondo.

Vanessa Baraitser

A emettere il verdetto, del tutto inaspettato, nella sede della corte londinese di Old Baileys è stato il giudice distrettuale britannico Vanessa Baraitser. La decisione è stata accolta in lacrime da Stella Morris, compagna dell’attivista australiano, presente in aula con Kristinn Hrafnsson, attuale direttore di WikiLeaks.
Assange, che oltreoceano rischiava una condanna a 175 anni, sarebbe infatti a rischio di suicidio. Baraister si è detta persuasa della «buona fede» degli inquirenti americani e ha respinto le contestazioni della difesa contro i timori di un processo iniquo oltreoceano, ma ha negato  l’estradizione definendo insufficienti le garanzie date dalle autorità di Washington (che potranno, comunque, fare appello) a tutela dal pericolo di un eventuale tentativo di suicidio del fondatore di WikiLeaks.
A giudizio di Baraitser, infatti, «l’estradizione sarebbe troppo oppressiva per ragioni di salute mentale e ordino il suo rilascio». Per il momento Assange resta in custodia in attesa dell’indicazione di una cauzione sulla base della quale potrà essere scarcerato nelle prossime ore, in modo da aspettare l’esito dei possibili ricorsi da libero cittadino.

Glenn Greenwald

Reazioni di sollievo ed entusiasmo fra i sostenitori del fondatore di WikiLeaks, gli attivisti di organizzazioni per la difesa dei diritti e della libertà di stampa, nonché fra giornalisti e politici di orientamento vario. «È una grande notizia», afferma Glenn Greenwald, giornalista investigativo che fu in prima fila 10 anni fa nella diffusione dei documenti segreti (imbarazzanti per Washington) svelati da WikiLeaks, deplorando che «il giudice abbia sposato la maggior parte delle teorie d’accusa dei procuratori Usa», ma compiacendosi che abbia «in ultima analisi bollato il sistema carcerario americano come troppo disumano per permettere l’estradizione».
Analogo il commento della Freedom of the Press Foundation, nota ong statunitense, che ha chiosato: «L’accusa contro Julian Assange è una delle minacce più pericolose alla libertà di stampa da decenni. Il verdetto rappresenta un enorme sollievo. Anche se la giudice non ha preso la sua decisione a tutela della libertà d’informazione, ma decretando essenzialmente il sistema carcerario Usa troppo repressivo, si tratta comunque di un risultato che protegge i giornalisti».
La Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) e le sue affiliate britanniche e australiane, la Nuj e il Meaa accolgono con favore la decisione di non estradare Assange a causa del rischio che l’estradizione avrebbe rappresentato per la sua salute e il suo benessere. «Tuttavia – afferma l’Ifj – siamo delusi dal fatto che il giudice non sembra affrontare adeguatamente la minaccia alla libertà dei media che la sua estradizione avrebbe posto nella sentenza odierna».
«Per anni – ha dichiarato alo segretario generale Antony Bellanger – l’Ifj e tutte le sue affiliate, in particolare nel Regno Unito, in Australia e negli Stati Uniti, hanno ricordato che la detenzione di Julian Assange è contraria al diritto internazionale e alla Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite. Inoltre, la salute di Julian Assange è peggiorata drasticamente dalla sua prigionia nell’aprile 2019 e il virus Covid-19 nella sua prigione rappresenta una seria minaccia per la sopravvivenza del nostro collega, titolare della Ifj International Press Card. È tempo che gli Stati Uniti abbandonino i loro tentativi per estradarlo».

Anthony Bellanger

Il 49enne, padre di due figli, ha cercato rifugio nell’ambasciata ecuadoriana a Londra da sette anni e ha già trascorso 16 mesi nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh.
È stato incriminato negli Stati Uniti ai sensi dell’Espionage Act per le pubblicazioni 2010-11 di WikiLeaks sui registri della guerra in Iraq, i diari della guerra afghani e i cablogrammi del Dipartimento di Stato.
Se condannato, Assange dovrebbe affrontare 175 anni di prigione. È accusato dagli americani di aver incoraggiato l’informatore Chelsea Manning nel 2010 a entrare nel sistema informatico del governo per fornire informazioni contenenti prove evidenti di crimini di guerra, compresa la pubblicazione del video Omicidi collaterali. Il video mostrava, tramite una telecamera a bordo di un elicottero statunitense Apache in Iraq, la deliberata sparatoria il 12 luglio 2007 a Baghdad di civili da parte dell’esercito americano. Almeno 18 persone sono rimaste uccise nell’incidente, compresi due giornalisti dell’agenzia Reuters.

Chelsea Manning

Sia l’Ifj che le sue affiliate britanniche e australiane, Nuj e Meaa, hanno ripetutamente evidenziato i rischi per il giornalismo posti dalla minaccia di estradizione di Assange. La sentenza odierna evita un terribile precedente per il potenziale perseguimento di qualsiasi giornalista che abbia pubblicato materiale in circostanze simili.
L’Ifj ha sollevato il caso di Assange alle Nazioni Unite e si è unito a oltre 40 gruppi per la libertà di stampa, i diritti umani e la privacy per chiedere al governo britannico di rilasciare il signor Assange senza ulteriori indugi e bloccare la sua estradizione negli Stati Uniti. Il giornalista Tim Dawson ha riferito su le udienze di estradizione e per conto della Nuj e Ifj.
Dal fronte politico britannico, apprezzamento per il verdetto arriva sia dall’ex ministro ombra laburista Diane Abbott, vicina alla sinistra dell’ex leader Jeremy Corbyn e fra i pochi a esporsi apertamente nella stessa opposizione contro il tipo di accuse rivolte ad Assange; sia dall’ex ministro e veterano conservatore David Davis, uomo di idee liberal-libertarie in materia di giustizia, secondo il quale «l’estradizione non può essere usata per dare vita a persecuzioni politiche».

Edward Snowden

«Grazie a tutti coloro che si sono battuti contro una delle più pericolose minacce alla libertà di stampa degli ultimi decenni. Ora speriamo che sia la fine di questa storia», commenta invece Edward Snowden, l’ex collaboratore della Nsa e gola profonda dello scandalo sulle intercettazioni globali effettuate dagli Usa. Snowden da allora vive in Russia, dove ha ricevuto asilo politico e recentemente ha avviato la domanda per ricevere la nazionalità russa.
Ancora, però, la battaglia di Julian Assange non è finita. Gli Stati Uniti  ricorreranno in appello contro il “no” alla loro richiesta di estrazione (hanno due settimane di tempo per inoltrare la richiesta). La decisione finale sarà nelle mani del ministro degli Interni  britannico e di una eventuale, ma non probabile, concessione del perdono da parte del presidente americano. Il pronunciamento di oggi all’Old Bailey di Londra, al termine di un procedimento iniziato lo  scorso febbraio, e sospeso per mesi a causa dell’epidemia, potrebbe tuttavia rappresentare l’«inizio della fine» della vicenda giudiziaria a carico del fondatore di WikiLeaks, come ha scritto il Guardian.
Quasi dieci anni fa l’Attorney General di Barack Obama, Eric Holder, annunciava di aver autorizzato azioni giudiziarie «significative» contro Assange. Le autorità svedesi avevano nel frattempo (nell’agosto del 2010) spiccato nei suoi confronti un mandato d’arresto internazionale ma non per la pubblicazione di materiale riservato: per stupro e molestie, sulla base delle accuse inoltrate da due donne a Stoccolma, accuse che Assange ha sempre negato.
Dopo aver perso in appello la contestazione alla richiesta di estradizione della Svezia, nell’agosto del 2012, Assange, nato in Australia 49 anni fa, si rifugia nei locali angusti dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra e riceve asilo politico da Quito. Nel 2016, WikiLeaks pubblica le mail trafugate alla campagna di Hillary Clinton da hacher legati all’intelligence russa, un passo considerato come un favore a Donald Trump. A maggio del 2017 le autorità svedesi lasciano cadere le accuse nei suoi confronti (anche se non escludono di riaprirlo nel futuro). Ma rimane aperto il procedimento aperto contro di lui in Gran Bretagna per non aver rispettato il rilascio su cauzione (nel quadro del caso svedese), per cui è condannato a 50 settimane di carcere.
In ambasciata, Assange ha trascorso 2.487 giorni (quasi sette anni) mentre l’Attorney Genetal di Trump descriveva il suo arresto come «una priorità». Nell’aprile del 2019, dopo che l’Ecuador aveva revocato l’asilo politico, le forze di sicurezza britanniche hanno fatto irruzione nell’ambasciata e arrestato Assange, non solo per il caso svedese, ma anche dopo aver ricevuto una richiesta d’arresto da parte degli Stati Uniti.

L’arresto di Julian Assange nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra

Poco dopo viene reso noto l’atto di accusa nei suoi confronti negli Stati Uniti. Contro di lui sono stati definiti 17 capi d’accusa per spionaggio (che potrebbero portare a una condanna di 175 anni di carcere) e uno per aver violato le reti informatiche del Pentagono insieme all’analista della difesa, Chelsea Manning. (giornalistitalia.it)

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