WASHINGTON (Usa) – Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (Cpj) chiede alle autorità kuwaitiane di rilasciare immediatamente e senza condizioni il giornalista kuwaitiano-americano Ahmed Shihab-Eldin.
Giornalista pluripremiato e molto attivo sui social media, non ha pubblicato nulla online né è stato visto in pubblico in Kuwait – dove si trovava in visita alla famiglia – dal 2 marzo. Sembra che le autorità lo abbiano accusato di diffusione di false informazioni, di aver minato la sicurezza nazionale e di aver fatto un uso improprio del suo telefono cellulare: accuse vaghe e troppo generiche, utilizzate abitualmente per mettere a tacere i giornalisti indipendenti.
«Chiediamo al Kuwait di rilasciare Ahmed Shihab-Eldin e di ritirare tutte le accuse contro di lui», ha dichiarato Sara Qudah del Cpj, sottolineando che «il giornalismo non è un crimine e il caso di Shihab-Eldin riflette un modello più ampio di utilizzo delle leggi sulla sicurezza nazionale per soffocare il controllo e manipolare la narrazione».
Prima del suo arresto, Shihab-Eldin – che ha collaborato con testate come il New York Times, la Pbs e Al Jazeera English – aveva commentato video e immagini pubblicamente disponibili relativi alla guerra con l’Iran. Tra i suoi post più recenti figurava un video geolocalizzato, verificato dalla Cnn, che mostrava lo schianto di un aereo da caccia statunitense vicino a una base aerea americana in Kuwait.
Il suo arresto è avvenuto nel contesto dell’escalation militare durante la guerra con l’Iran, con le autorità kuwaitiane – e di altri Paesi del Golfo – che imponevano una censura sempre più rigida sulla stampa. Il 2 marzo, pochi giorni dopo l’inizio della guerra con l’Iran, il Ministero dell’Interno del Kuwait ha messo in guardia contro le riprese o la pubblicazione di video o informazioni relative agli attacchi iraniani, sottolineando che diverse persone erano state arrestate per aver diffuso notizie false. Il Ministero dell’Informazione ha, inoltre, deferito alla Procura della Repubblica gli individui accusati di violazione delle leggi sui media.
Il 15 marzo, il Kuwait ha promulgato la Legge n. 13 del 2026, volta a salvaguardare e proteggere gli interessi supremi delle autorità militari, tra cui l’esercito, la polizia e la Guardia Nazionale.
L’articolo 26 prevede pene detentive fino a 10 anni per chiunque «diffonda notizie, pubblichi dichiarazioni o diffonda false voci relative a entità militari» con l’intento di minarne la fiducia.
Yitzchak Horowitz, giornalista del settimanale ultraortodosso BeKehila, ha riferito il 26 marzo di essere stato arrestato in Kuwait con l’accusa di spionaggio per aver fotografato navi da guerra statunitensi al largo della costa del Golfo. Ha dichiarato di essere stato interrogato per diverse ore sulla sua identità, sui suoi legami con Israele e su un suo eventuale passato militare, prima di essere rilasciato.
Nel 2025, il Cpj ha presentato un rapporto congiunto al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, in vista della Revisione Periodica Universale del Kuwait, documentando la crescente repressione contro i giornalisti e la libertà di stampa nel Paese. Il Cpj, intanto, ha inviato un’e-mail all’Ambasciata del Kuwait a Washington, ma non ha ricevuto alcuna risposta. (giornalistitalia.it)
Università di Bari: “Immediato rilascio e processo in tempi brevi”
BARI – L’Università degli Studi di Bari Aldo Moro esprime la propria solidarietà al giornalista di nazionalità kuwaitiana Ahmed Shihab-Eldin, docente a contratto presso il Corso di laurea in Decision Science di UniBa, detenuto da oltre un mese in Kuwait per la presunta “diffusione di informazioni malevole online” e per un presunto “danno alla sicurezza nazionale”.
L’Università richiama il diritto fondamentale a non subire molestie per le proprie opinioni e alla libertà di espressione, sancito dall’art. 19 del Patto sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite di cui il Kuwait è parte; ribadisce che ogni individuo accusato penalmente ha diritto ad essere tradotto al più presto dinanzi a un’autorità giudiziaria indipendente e a essere giudicato entro un termine ragionevole, nonché a ricorrere a un tribunale affinché questo possa decidere senza indugio sulla legalità della sua detenzione (art. 9 Patto sui diritti civili e politici della Nazioni Unite).
Pertanto, l’Università degli Studi di Bari chiede che Ahmed Shihab-Eldin sia prontamente rilasciato e confida che il processo volto a verificare la fondatezza delle accuse nei suoi confronti si svolga in tempi brevi e nel rispetto assoluto del diritto fondamentale al giusto processo. (giornalistitalia.it)








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