
Il giardino che la Città Metropolitana di Torino ha intitolato alla giornalista e partigiana Anna Rosa Gallesio all’angolo fra corso Cosenza e corso Unione Sovietica a Torino
TORINO – Il giardinetto che, a Torino, disegna l’angolo fra corso Cosenza e corso Unione Sovietica è intitolato ad Anna Rosa Gallesio. È l’omaggio della città a una giornalista di pura razza che ha animato il mondo dell’informazione dal tempo della guerra mondiale agli albori del nuovo millennio. E che, la vita di redazione, si sentiva così profondamente nel sangue che tre dei suoi quattro figli hanno seguito le sue orme.
Pier Michele ha svolto il ruolo di caporedattore a Famiglia Cristiana, direttore di “TeleMonteCarlo” destinata a diventare La7 e direttore del Biellese. Paolo è stato il responsabile della redazione piemontese della Rai. Edoardo ha diretto l’ufficio di corrispondenza di Torino dell’agenzia giornalistica Ansa.
L’iniziativa si deve all’impegno dell’Associazione Consiglieri emeriti del Municipio di Torino. Inizialmente la proposta è venuta dal presidente emerito Giancarlo Quagliotti e tenuta in vita dalla presidente in carica Elide Tisi. Allo scoprimento della targa è intervenuta la presidente del Consiglio Comunale Maria Grazia Grippo.
Anna Rosa Gallesio meritava un riconoscimento di questa portata. È giusto che anche le persone “esterne” al lavoro giornalistico possano conoscere chi, della professione, ha rappresentato un punto di riferimento. Attorno alla sua scrivania, a La Stampa (in galleria San Federico prima e in via Marenco poi) si sono affollate almeno due generazioni di giovani praticanti. Per ciascuno una parola di incoraggiamento e consigli niente affatto banali. Come quello di rispettare le persone che diventavano oggetto d’informazione.
Il sindacato non aveva ancora elaborato la “Carta di Treviso” destinata a tutelare i minori dalle interferenze (spesso violente) della cronaca. E non c’era ancora la legge a tutela della privacy. Però lei non incoraggiava a scarnificare la vita delle persone. «Non usare la tua penna – ammoniva – per bucare il cuore di chi sta già troppo soffrendo».
Il fatto che ci sia una targa, in un giardino, che porta il suo nome è un’occasione per parlare di lei e illustrarne i valori a chi, per questioni di età, non ha potuto conoscerla.
Una piccola “lezione” su chi era la sua mamma l’ha offerta Paolo Girola, un ricordo tutto da leggere. (giornalistitalia.it)
Lorenzo Del Boca
“Una giornalista imprestata alla politica”
TORINO – «Una vita divisa fra impegno civile, professione e famiglia. Corretta e insieme schiva, probabilmente non ha mai avuto un nemico, e anche questo è un primato». Così scriveva di nostra madre Michele Florio nel monumentale libro «Le grandi donne del Piemonte», pubblicato da Daniela Piazza nel 2004. Ed un altro suo collega, Carlo Cavicchioli, prestigioso corrispondente da Londra della Stampa, diceva quando la incontrava al giornale, con un tocco oggi diremmo di sfacciato maschilismo: «Anna Rosa sei l’unico vero uomo qui dentro».
Un tratto della sua personalità erano l’equilibrio, la fiducia nel prossimo e la capacità di relazionarsi con ogni persona, dalla più titolata alla più semplice, allo stesso modo, con la stessa premurosa attenzione.
L’inizio della sua vita professionale si intrecciò con la sua partecipazione alla Resistenza che fu il naturale sbocco di due percorsi: uno familiare, l’altro di formazione nell’Azione Cattolica di quegli anni.
Aveva iniziato a fare la giornalista nel 1943 al quotidiano cattolico L’Italia, sostituendo suo padre, morto a 58 anni dopo una aggressione di repubblichini sotto casa nell’inverno di quell’anno. Restò svenuto per alcune ore, prese una polmonite e morì. Una vita, quella di mio nonno, segnata dalla discriminazione in quanto dirigente sindacale bianco e dirigente del Partito popolare. Nel 1938 il direttore dell’Italia l’aveva chiamato a collaborare, dopo anni senza lavoro. Quando entrò all’Italia nostra madre, nell’inverno del ’43, la redazione era un punto di riferimento per la nascente e clandestina Democrazia Cristiana. Mia madre scriveva già novelle e testi teatrali.
Della Resistenza diceva: «È una cosa che si doveva fare, ma speriamo non succeda mai più, e ricordava che per le donne impegnate come lei a dare supporto a partigiani, ricercati, arrestati, ebrei perseguitati. Fu una vita errabonda, con tanta paura in cuore e tanta voglia che finisse. Tanta voglia di pace».
Durante la guerra di Liberazione fu anche stretta collaboratrice del cardinale di Torino, Maurilio Fossati, che su indicazione del Vaticano, in collegamento con i cardinali di Genova e Milano, svolgeva una rischiosa e coraggiosa opera di aiuto agli ebrei perseguitati. Fu proprio il cardinale Fossati a celebrare le sue nozze nel 1946 nella cappella privata dell’arcivescovado.
Un’attività molto importante la svolse nei Gruppi di Difesa della Donna, organismo del CLN di cui era dirigente. E ricordava fra le tante cose, quanto fecero le donne in preparazione dello sciopero generale che precedette l’insurrezione a Torino…
Scrisse in un articolo pochi anni prima di morire: «In quei giorni le attiviste dei Gruppi di Difesa raggiunsero ogni luogo di lavoro, ogni lavoratrice, per indurre tutti a scioperare. Si usò ogni mezzo, dal convincimento all’intimidazione. In un ufficio del centro di Torino, all’ora segnata per la sospensione del lavoro, una giovane amica si alzò dal posto che occupava in un vasto salone con tante altre scrivanie e disse: “lo me ne vado. Chi non esce con me è dalla parte dei tedeschi”. L’ufficio si vuotò in pochi secondi».
Nostra madre passò nel dopoguerra al Popolo Nuovo, poi alla Gazzetta del Popolo, ma il suo grande amore professionale fu La Stampa, dove approdò nel 1962, allora diretta da un grande direttore, Giulio De Benedetti. Ci fu subito tra loro un rapporto di grande stima reciproca. Il giornale volava nelle vendite e c’era nei giornalisti la convinzione di fare il più bel giornale d’Italia. Alla Stampa non si occupava di moda, costume, cronaca rosa, ma di cronaca sindacale. Non le interessavano i ruoli stereotipati assegnati allora alle donne.
Intanto, fino al 1970, proseguì l’attività politico amministrativa come consigliere e assessore provinciale. Era anche impegnata a promuovere quella che allora si definiva l’emancipazione femminile, la parità salariale, le professioni aperte alle donne. Ma la sua passione era il giornalismo ed amava definirsi “una giornalista imprestata alla politica”. Nella professione e nella politica rifondeva quei principi di tolleranza e di umanità che le erano propri…
Nonostante i duri anni giovanili sotto il fascismo, non aveva mai espressioni di odio o di rancore, era una donna positiva e ottimista qualità che derivavano anche da una fede profonda. Solo pochi ricordi della vita familiare. Di una famiglia allora, ma forse anche oggi, assai originale: mio padre si occupava della gestione della casa, avevamo delle tate cui ci affezionammo moltissimo che ci portavano a turno, con nostra grande gioia, a dormire a casa loro.
Disse in una intervista già anziana: «Allora nei giornali si faceva la “ribattuta” e si finiva di lavorare alle 4 di mattina, almeno due volte alla settimana. Ho potuto farlo perché mio marito è sempre stato d’accordo sulle mie scelte e perché abbiamo avuto dei bravi aiuti che si occupavano dei figli e della casa, una rete di aiuti famigliari e sociali che un tempo era più semplice ottenere.
Quando si parla delle donne, si rischia di farne delle vittime. Sarà che io non ci ho mai badato, sarà che avevo altri interessi, sarà che avevo quattro figli, ma non ho sentito che ci fosse emarginazione».
Era una madre affettuosa e che sentivamo presente, anche se fisicamente non lo era molto. Aveva sempre molti incarichi pubblici, collaborazioni e poi faceva una professione impegnativa cui teneva moltissimo.
C’è un aneddoto che si raccontava a casa mia. Una volta in un tema alle elementari (quelli dal titolo “la tua famiglia”), avrò avuto 6 o 7 anni, scrissi una frase che inquietò assai la maestra. Suonava letteralmente così: «…qualche volta mia mamma dorme a casa…»; in realtà volevo dire che spesso non la vedevamo perché arriva a tarda notte.
La maestra, all’uscita della scuola, fermò la “signorina” che veniva a prenderci e le chiese preoccupata: «Ma che mestiere fa la mamma dei Girola?». Pensando forse di dover attivare i servizi sociali. Mi pare di ricordare che la direttrice convocò i miei genitori… In casa mia se ne rise moltissimo. Mio padre apprezzava molto gli impegni di sua moglie.
Da nonna fu la classica nonna affettuosa che preparava anche dolci per i nipoti. Nel ricordare nostra madre e in un mondo come l’attuale, c’è un verso di una poesia che mi pare appropriato come conclusione, recita: «Rendi forti i vecchi sogni. Perché questo nostro mondo non perda coraggio». (giornalistitalia.it)
Paolo Girola







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