ROMA – «Chi eri padre mio, prima di essere mio padre, quando eri soltanto un uomo? Quali sono stati il tuo tormento e il tuo dolore, e quali la tua angoscia e il tuo rimpianto? E quale gioia, passione, amore, quale coraggio è stato il tuo coraggio».
Le domande di una figlia, Agnese Pini, a suo padre Adriano, al suo passato e ai suoi silenzi riflessi nel volto della madre, e le risposte inafferrabili, tese sul filo del ricordo familiare, nascoste nelle pieghe di un amore segreto.
In “La verità è un fuoco” (Garzanti Editore, 336 pagine, 19 euro) c’è tutto questo ed altro ancora. L’ultimo libro del direttore dei quotidiani La Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino, Qn, affronta, infatti, l’esame più sofferto e complesso della sua vita. Storia di una giovane donna che si mette a nudo per recuperare brandelli del suo passato e condividere la sua storia di donna con chi la conosce e chi ogni mattina legge i suoi editoriali.
«Il giorno in cui ho scoperto che mio padre era un prete – scrive Agnese Pini in questo suo libro bellissimo – avevo tredici anni. Oggi che ne ho trentanove voglio scrivere un libro su di lui, e non glielo so dire.
Ogni volta che ci provo le parole restano sul filo delle labbra, le domande incatenate, la voce agganciata al fondo dello stomaco, dolorosa e impotente. Allora, persa nella mia inettitudine, lo contemplo con la dolcezza che si riserva agli anziani e ai bambini in egual misura, quando li amiamo molto e li sentiamo fragili, anche se sappiamo bene che sono le nostre fragilità, non certo le loro, a farci tremare».
Questo suo libro è a tratti un pugno nello stomaco per chi legge, un libro scritto soprattutto con il cuore da una grande giornalista moderna che, finalmente, si confessa al resto del mondo senza rete. Lo aveva già fatto prima di lei, con la stessa forza e la stessa lucidità, la grande Oriana Fallaci con “Una lettera a bimbo mai nato”. Agnese e Oriana, una storia comune di segreti e di attese.
“La verità è un fuoco” è un libro scritto da una ragazza dei giorni nostri, superba testimone del nostro tempo, soprattutto donna fiera e orgogliosa della sua vita come solo lei, Agnese, sa ancora esserlo fino in fondo, inconsapevole vittima sacrificale di una storia familiare mai ancora chiarita fino in fondo.
«Pensai a mio padre in quella chiesa, sotto quel crocefisso…Pensai a quante volte doveva averlo guardato e pregato, a quante volte doveva averlo invocato. Pensai ai suoi dubbi, alla sua sofferenza, al suo senso di colpa, alla sua paura e al suo rimpianto. Pensai alla fatica, alle lacrime, alla tenerezza che io, con tutta me stessa, provavo per lui. Per mio Padre».
Un racconto forte e intimo allo stesso tempo, che ci dà finalmente di Agnese Pini l’immagine di una scrittrice navigata, capace di trasferire all’esterno della sua sfera privata una storia emozionale ricca di una dolcezza e di una malinconia davvero struggenti.
Ho letto il suo libro in una notte, ma erano anni che un libro non mi emozionava in questo modo. «Che cos’è, dunque, la verità? Scrivere questo libro – confessa Agnese Pini – ha significato scendere a patti con l’impossibilità della risposta. La mia verità — almeno quella che provo a ricostruire qui — è stata una rielaborazione, la misura di ciò che posso dire non con l’esattezza della cronaca, ma con l’immediatezza del cuore. Da molto tempo desideravo scrivere dei preti irregolari, i preti che hanno lasciato tutto, come mio padre. Ma su di loro non esistono numeri, né informazioni ufficiali».
Il giorno in cui Agnese scopre che suo padre è stato un prete, lo racconta lei stessa nelle pagine di questo suo romanzo, a tredici anni, e oggi che di anni ne ha qualcuno in più è andata a cercarsi altre storie simili, altri dettagli, altre cronache, altri documenti, storie di preti che hanno lasciato la tonaca per tornare a una vita ordinaria, che hanno scelto di farsi una famiglia, o che hanno preferito vivere fino in fondo una storia d’amore altrimenti negata.
«Le loro storie, i loro volti, i loro nomi, sono rimasti nella quasi totalità dei casi oscuri, disconosciuti, dimenticati. In queste pagine ci sono nomi reali, e qualcuno inventato. Ci sono persone, luoghi e storie che si sovrappongono e si ritessono insieme talvolta con l’accuratezza dei fatti, talvolta con la libertà delle emozioni.
Agnese scopre che suo padre è stato un sacerdote, e lo scopre quasi per caso, quando trova in fondo a un cassetto della sua vecchia casa di famiglia un piccolo album rosso: sulla copertina legge il nome “don Pini” e le foto raccolte all’interno ritraggono un giovane sacerdote dall’espressione assorta. È in quel preciso istante, quel giorno, che l’infanzia di Agnese finisce e incomincia per lei una nuova vita.
«Ci sono ricordi e rimozioni – confessa l’autrice – riportati faticosamente alla luce, come accade per tutti noi.
E ci sono pezzi di racconto che sono già esistiti altrove, anche nel libro che ho scritto e pubblicato prima di questo, perché le storie, proprio come la verità e come i ricordi, sono sempre rielaborazioni di qualcosa che ci portiamo dentro da molto prima che quelle stesse storie esistessero, o anche solo cominciassero a prendere una qualche forma in noi. E quella forma si chiama, sempre, desiderio».
Agnese scopre, insomma, una vita in cui è costretta a misurarsi con un segreto bruciante e una verità impossibile da accettare. Che fare? Da grande cronista non ha altra scelta che quella di mettersi al computer e riaprire l’album della sua vita e dei ricordi di famiglia.
In questo suo diario personale Agnese Pini intraprende un’indagine faticosa ma implacabile, scrivendo pagine emozionanti in cui rivivono gli oggetti e i ricordi di casa, si animano i volti di chi ha conosciuto don Pini prima della svolta avvenuta alla fine degli anni Settanta. Il passato restituisce i luoghi di un’Italia recentissima eppure già lontana e si compie la riconciliazione di una donna con il passato, quello suo, e quello delle persone amate che le hanno dato la vita.
«Ho ripercorso, padre, le tue strade, sono entrata nelle tue chiese e nelle tue case, ho messo le mani sugli stessi libri su cui avevi studiato tu, ho posato i miei piedi sulle stesse pietre su cui tu avevi appoggiato i tuoi, immaginando la tua voce e i tuoi gesti senza più tempo: ne giovani nè vecchi, eterni come eterni sono i genitori e i figli.
Ho ricostruito le tappe della tua vita sovrapponendole alle mie in un gioco di specchi, ho immaginato i tuoi affanni per comprendere i miei, e ho sperimentato i miei dolori e i miei fallimenti, le mie speranze e i miei successi, per immedesimarmi nei tuoi».
“La verità è un fuoco” meriterebbe un premio a sé, soltanto per il modo felpato come Agnese Pini racconta il suo primo incontro con lo psichiatra a cui chiede aiuto per capire se è giusto scrivere un libro dedicato alla storia di suo padre-sacerdote. Un affresco letterario di rara bellezza, che commuove e colpisce, perché è quanto mai reale e quanto mai palpabile.
Agnese ne viene fuori come una donna in ginocchio, che non sa come uscire da questo tunnel in cui il caso e la vita l’hanno imbucata, ma alla fine da grande giornalista sceglie la via più dolorosa, che è la ricerca della verità ad ogni costo, e il racconto della stessa. Magistrale.
«Non sapevo – confessa lei stessa – fin dove avrei potuto spingermi, che soglia di tolleranza fosse giusta per me: tra la verità e l’oblio, quale gradazione di consapevolezza mi sarebbe parsa sostenibile? Fino a che punto ero disposta a soffrire e a gioire? Per molti anni, padre mio, anche solo accennare a te e al tuo passato mi faceva soffocare nel pianto. Il tuo segreto e stato per me, a lungo, come un lento morire.

Agnese Pini con Carlo Parisi, direttore di Giornalisti Italia e segretario generale della Figec Cisal (Foto Giornalisti Italia)
Così imparare a usare le parole che definissero chi sono, chi sei, chi siamo, ha rappresentato un esercizio di ritorno alla vita. Ho tentato, e poi ho tentato, e poi ho tentato. Per due volte ho chiesto perfino alla Chiesa quello che non riuscivo a chiedere alla mia casa…».
Cara Agnese Pini, Caro Direttore, posso dirti quello che penso? Perché così tanto dolore? Alla fine dovresti anche essere felice, perché il “professor Pini” non ha fatto altro che seguire la voce del cuore e se, da sacerdote, si è innamorato di tua madre Mira e ha deciso di vivere il resto della sua vita con lei, e accanto a lei per sempre, e se per farlo ha trovato il coraggio di lasciare la sua Chiesa e la sua parrocchia, cosa credo per niente facile in quegli anni, allora vuol dire che lo ha fatto solo per amore della sua vita e della bellissima storia che stava vivendo con tua madre.
Forse sì, avrebbe dovuto raccontarti tutto in tempo, ma la verità che hai scoperto per caso in quel baule è solo la conferma di una meravigliosa scelta passionale, che non può essere condannata, anzi che va esaltata per come il tutto si è svolto. Soprattutto perchè, e questo lo si coglie benissimo nel tuo libro, da questo amore proibito siete nati voi, tu e i tuoi fratelli, e la tua vita, non puoi non dirlo, è stata poi una vita di grandi emozioni e di grandi successi personali. Una cosa è certa: non potevi scrivere una poesia d’amore più bella di questa a tuo padre Adriano. (giornalistitalia.it)
Pino Nano
















CONVENZIONI



Bellissimo pezzo sulla storia di Agnese Pini. Complimenti. Mi sono commosso ed è tutto.
Bravissimo Pino. Ha ascoltato il cuore delle pagine e l‘anima delle parole. Non è un articolo. È un saggio in cui la penetrazione dell’humus del tutto è un inciso metafisico. Conosco il libro. Ho letto il libro e sono rimasto fermo in modo patico. Ma questo scritto di Pino, maestro magistrale, è un mosaico di vite e di silenzi che sono diventati voci nel destino di Agnese. Lei è una scrittrice elegantissima e delicata. Dolce e coraggiosa. Pino un vento sciamannino che porta sulla scena la danza del dono della verità. Commovente tutto.