Giuseppe Mazzarino

Giuseppe Mazzarino

ROMA – Fino all’avvento del Web, e più ancora dei social media, l’informazione tecnologicamente diffusa era sostanzialmente unidirezionale: giornali, manifesti, libri, cinema, radio, televisione non consentivano possibilità di reazione immediata, ovvero di interattività. L’unico mezzo tecnologico che la consentiva (a parte la radio delle origini, e per breve periodo) era il telefono, non a caso utilizzato per la comunicazione interpersonale (e nella stragrande maggioranza dei casi solo fra due persone) e non per l’informazione.
L’informazione andava da un soggetto emittente ad un pubblico, sempre più numeroso, di lettori (in senso ampio, comprendendo cioè anche chi, illetterato o semi-illetterato, si limitava a guardare i manifesti nella parte visiva e non a leggerne i testi di accompagnamento), di radioascoltatori, di telespettatori. Che potevano non acquistare un giornale, o spegnere la radio e la tv (dopo una lunga fase di monopolio, potevano al più cambiare canale), e al limite scrivere una lettera al giornale e fare una telefonata all’emittente, che non è detto la mandasse in onda direttamente, operando praticamente sempre un filtro. Fece, infatti, notizia e scandalo Radio radicale quando (nel 1986, per far parlare di sé, dato che rischiava la chiusura per motivi economici) mandò in onda per 35 giorni, senza alcun controllo, una profluvie di telefonate degli ascoltatori, contenenti spesso non solo parole molto volgari, poco in uso della radiofonia e televisione dell’epoca, e persino rutti, ma soprattutto insulti pesantissimi, violenza, proclami razzisti, minacce. Le telefonate si badi non erano in diretta: venivano registrate su segreterie telefoniche, e poi comunque trasmesse senza alcuna supervisione né controllo.
Era un segno dei tempi. Ma non lo cogliemmo noi giornalisti, non lo colsero i vari soggetti operanti nel campo della comunicazione e dell’informazione (editori in testa) o con competenze in questi campi (a partire dai legislatori).
Quando arrivò la rivoluzione della Rete, del Web, come si preferisce dire (anche per evitare confusioni) la questione non fu approfondita. Sì, il Web consentiva la interattività, ma inizialmente se ne colsero solo gli aspetti comunicativi, non informativi. Lo si considerò, oltre che un sistema postale globale, indipendente dalla presenza fisica di uffici postali e postini, una sorta di teleconferenza “allargata” (e meno costosa), o una “bacheca” condivisa. E inoltre, perlomeno in Italia, i fruitori del Web erano e restavano pochi, molto pochi.
giornalistiPoi incominciò il fenomeno dei blog. Siamo alla fine degli anni ’90, ed il blog – una specie di diario in pubblico multimediale, accessibile teoricamente a tutti gli utenti, e che consente (con eventuali restrizioni) di pubblicare in coda al pubblicato dei commenti – si pone, accanto alla presenza in rete (molto sporadica ed improvvisata) di veri giornali, come una sorta di giornale telematico: sia pure senza registrazione alcuna, senza periodicità, senza redazione, senza gerarchia della notizia, senza la pretesa di fornire informazioni ad ampio spettro.
Inizialmente, il blog è più che altro uno sfogatoio. Poi comincia ad assomigliare ad un giornale, e insieme, data la velocità di messa in rete che consente, anche ad una agenzia di stampa. Anzi, ad una agenzia di controinformazione: specie quando vanno in rete foto o filmati, realizzabili ormai anche con i telefonini di nuova generazione, l’accompagnamento è lo slogan “quello che i media non vi dicono”. Ed anche chi non cede alle lusinghe della controinformazione si lascia magari tentare dal mito del “citizen journalism”: il cittadino che passando per strada coglie un episodio (o un frammento di episodio), lo fotografa o filma e lo mette immediatamente in rete: senza riflessione, ma anche senza filtro, senza approfondimento, senza verifica. Proclamando una presunta obiettività da testimone oculare. Un fenomeno che dilaga anche in Italia quando, a partire dalla metà del primo decennio del XXI secolo, è il telefono portatile, il cosiddetto smartphone, ad insidiare al computer il ruolo di principale mezzo di connessione al Web. Perché, a differenza dei personal computer, gli smartphone presto dilagano. E gran parte della popolazione, specie nelle fasce più giovani, è ormai in permanenza virtualmente connessa.
Ma i testimoni oculari, lo sanno bene le forze di polizia, per esempio, sono sempre condizionati da almeno due punti di vista: il pregiudizio ideologico, il punto di vista fisico. Il medesimo evento osservato da due persone di differente orientamento politico e sociale, e di differente condizione, sarà “filtrato” alla luce delle esperienze e dei pregiudizi, e ne scaturiranno due narrazioni molto differenti. Osservato poi da un angolo visuale piuttosto che da un altro, potrà portare ad interpretazioni anche opposte.
citizen journalismE poi, ripetiamolo ancora una volta, anche ai giornalisti stessi, che talvolta lo dimenticano, oltre che al pubblico: il giornalismo non è una telecamera fissa, il giornalismo non è la riproduzione acritica, e magari integrale di un comunicato stampa; il giornalismo è interpretazione, contestualizzazione, verifica e confronto. L’obiettivo mente, anche quando la menzogna non sia intenzionale. Un esempio calzante è una bellissima pubblicità televisiva di alcuni anni fa di un prodotto che non riesco a ricordare. Era talmente bella, la “storia”, che oscurava il prodotto. E difatti venne ritirata molto presto. Questa la “sceneggiatura”. Una vecchietta attraversa la strada. Arriva correndo un giovinastro pieno di piercing e la scaraventa per terra. Buio. In pochi secondi, seguendo la telecamera, lo spettatore si fa un’idea precisa: il solito teppista urbano aggredisce una povera anziana. Sul nero appare una scritta: “Non tutto è come sembra” (più o meno, vado a memoria). Nuova inquadratura, più ampia: si vede un camion che sta per travolgere la vecchietta, e il giovinastro che correndo la sposta di lato per salvarla.
Il punto di vista, sia fisico che mentale, influenza la percezione e l’interpretazione dei fatti. Per questo occorrono professionisti ben formati, istruiti, allenati, con una rigorosa deontologia, per fare informazione. Per questo il “citizen journalism” non è giornalismo, al limite può essere una delle fonti (da verificare e confrontare, e poi da interpretare e contestualizzare) del giornalista. Così come sono pericolose, e da evitare – mentre purtroppo si diffondono sempre più pervasivamente grazie appunto al Web – una sorta di “citizen medicine” e di “citizen legal profession”: tutti medici, tutti avvocati, così come tutti giornalisti…

Mario Petrina

Mario Petrina

Già all’inizio del fenomeno blog osservatori acuti come Giovanni Sartori avevano messo in guardia sul significato e il senso di “informazione”, in senso informatico e non giornalistico, nella telematica: ovvero, qualsiasi dato venga immesso nel sistema; e se il dato è spazzatura, il sistema lo renderà spazzatura globalmente distribuita.
Non a caso, due presidenti dell’Ordine nazionale dei giornalisti, ambedue di provenienza sindacale, Mario Petrina prima, Lorenzo Del Boca poi, hanno tentato, fra metà degli anni Novanta e metà del primo decennio del XXI secolo, di far normare quella pericolosa imitazione del selvaggio West che stava diventando il selvaggio Web, invocando anche una sorta di “bollino blu” che distinguesse le notizie elaborate da un giornalista (dunque verificate interpretate e contestualizzate) da quelle prive di ogni verifica. E ancora non si parlava di bufale o di fake news elaborate scientemente, ma solo di approssimazione, sciatteria o semplice riportare chiacchiere di seconda o terza mano.
Oggi viviamo una vera e propria emergenza: i social media hanno aggravato l’infezione, e ciò che circola in rete spacciato per informazione è ormai prevalentemente falso, e gli “utenti” sono sempre più frastornati, e spesso complici inconsapevoli del diffondersi di queste false notizie.

Lorenzo Del Boca

Lorenzo Del Boca

Uno degli esempi più recenti è accaduto in Puglia, a Bitonto, pochi giorni fa: un anziano ed assolutamente estraneo ai fatti professore di Religione è stato trasformato sul Web (Facebook, in primo luogo) nell’assassino di un venticinquenne per diverbio stradale: una reputazione distrutta, specie in un piccolo centro, con successive smentite che peraltro la mentalità complottista si rifiuta spesso di accettare come vere e che comunque sono in fondo, come recita un antico e cinico precetto del giornalismo, “notizie date due volte”.
Questa barbarie va evitata. Ma per evitare, anche, che il rimedio sia peggiore del male, e consista cioè in un intervento d’autorità che comprima gli spazi di libera espressione e di libera comunicazione che la telematica ci ha messo a disposizione, occorre dare più poteri e più forza alla categoria degli operatori dell’informazione, all’Ordine dei giornalisti in primo luogo. Consentendo all’Ordine, senza l’equivoco lassismo di molta Magistratura, di far perseguire chi esercita abusivamente la professione giornalistica. Che, nel frattempo, deve essere sempre più esercitata da giornalisti istruiti, formati e soggetti, oltre che alla legge, a norme deontologiche specifiche della professione che essi stessi si sono liberamente dati.
Bisogna portare Ordine, insomma, nel selvaggio Web, e in tutto il mondo imbarbarito e senza legge dell’informazione in generale. (giornalistitalia.it)

Giuseppe Mazzarino

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