Sulla versione ufficiale basata sulla presunta presenza di nebbia e sull’errore umano

Moby Prince: i dubbi del giornalista Paolo Mastino

Il Moby Prince distrutto dall’incendio

Il Moby Prince distrutto dall’incendio la sera del 19 aprile 1991

CAGLIARI – “Ci siamo voluti concentrare sui fatti per recuperare elementi concreti da aggiungere a quelli dei processi e che ci mostrano un puzzle più grande di quanto accaduto nel porto di Livorno la sera del 10 aprile 1991. La sentenza ricostruisce la morte dei 140 sulla Moby Prince in circa mezz’ora e ne emerge il quadro di una nave senza controllo. Ma da quanto abbiamo raccolto a bordo c’era organizzazione e sembra che si aspettassero i soccorsi”.
Perizie, testimonianze, documenti desecretati stanno portando a una verità più complessa sulla tragedia della Moby Prince, ha spiegato il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, Silvio Lai, a Cagliari nell’aula del Consiglio regionale che ha celebrato una giornata in memoria delle vittime, alla presenza del presidente dell’associazione dei familiari, Luchino Chessa, figlio del comandante del traghetto, Ugo Chessa, morto nell’incendio seguito alla collisione con una petroliera.
La commissione, insediata a metà novembre 2015, è al lavoro da 14 mesi e concluderà i suoi lavori il 17 novembre prossimo, dopo aver sentito anche esperti in esplosivi (a proposito dell’ipotesi bomba) e l’armatore Vincenzo Onorato. “C’è una verità giudiziaria che copre responsabilità, nasconde dati oggettivi e produce effetti distorsivi rispetto alla verità”, ha rilevato il vicepresidente della commissione d’inchiesta, Luciano Uras (Misto), dopo la proiezione del documentario Rai “Buonasera Moby Prince” del giornalista della Tgr Sardegna Paolo Mastino, che solleva dubbi sulla versione ufficiale basata sulla presunta presenza di nebbia e sull’errore umano.
“Com’è possibile che 140 persone siano state lasciate morire? Non c’è stato alcun tentativo si soccorso”. Sopravvisse solo un mozzo dei 141 a bordo della Moby Prince, mentre i soccorsi – hanno evidenziato Lai e Uras – si sono concentrati sulla petroliera, da dove tutti furono tratti in salvo.

Paolo Mastino

Paolo Mastino

“Il Senato – ha aggiunto Lai – vuole consentire ai familiari di ottenere il riconoscimento di parti di verità finora non emerse. Resistere per 26 anni combattendo contro verità che nascondono parti intere di fatti significa avere grande forza d’animo”. Tra questi elementi si sono l’assenza di testimonianze a conferma della presenza di nebbia quella sera al momento dell’impatto e il fatto che i timoni della Moby fossero posti in una posizione tale da dar pensare che sul traghetto chi era ai comandi si fosse perfettamente reso conto della petroliera e avesse cercato invano di evitarla.
Un primo risultato del lavoro della commissione è la decisione della Procura di Livorno di aprire un fascicolo su presunti traffici di materiale bellico e rifiuti speciali in quegli anni, dopo che il nome Moby Prince è spuntato in documenti desecretati del Sismi su questa materia.
“Nell’ultima parte dei lavori della commissione – ha anticipato il presidente Lai – cercheremo di concentrarci sui fatti a monte della tragedia, in particolare su quanto succedeva, prima dello scontro con Moby Prince, sulla petroliera, che sarebbe poi stata distrutta sei mesi dopo l’incidente”.
“Quella di un traghetto che corre a 20 nodi, nella nebbia, condotto da un comandante distratto è una verità di comodo”, ha affermato, commosso, il figlio di Ugo Chessa, ricordando la rabbia di 140 famiglie nell’aula del Consiglio regionale della Sardegna, meta di buona parte dei passeggeri del traghetto salpato da Livorni e diretto a Olbia.
“Abbiamo passato oltre 20 anni nel silenzio assoluto. La commissione d’inchiesta per noi è l’ultima spiaggia. Confidiamo molto nei risultati che produrrà”, ha aggiunto Chessa. Tutti i possibili reati sono ormai prescritti, eccetto quello di strage, perciò ai familiari resta solo la sete di verità per i loro cari, morti in modo atroce, alcuni forse anche dopo ore, “in attesa che qualcuno andasse a soccorrerli”, ha ricordato Luchino Chessa. Ma quella notte, come dichiarato in commissione dall’allora comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Sergio Albanese, “l’emergenza era la petroliera in fiamme, una bomba ecologica”.
“In un Paese civile incidenti di questo tipo non dovrebbero capitare”, ha detto l’assessore regionale dei Trasporti, Massimo Deiana, nel suo intervento nel parlamento sardo. “Non può essere tollerato che a distanza di 26 anni esistano ancora zone grigie e dubbi”. (agi)

 

 

 

 

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