L’arresto di Roberto Spada

L’arresto di Roberto Spada

ROMA – Roberto Spada, nell’aggredire i cronisti di “Nemo”, “si avvalse della forza di intimidazione promanante dall’associazione malavitosa imperante nel territorio, nota come clan Spada, ben presente nella mente dei giornalisti e ben nota agli abitanti del luogo”. Così la V Sezione Penale della Corte di Cassazione spiegando perché, nello scorso febbraio, confermò la custodia cautelare in carcere per Roberto Spada per i reati di lesioni personali e violenza privata, con l’aggravante del metodo mafioso, in relazione all’aggressione, avvenuta a Ostia il 9 novembre scorso, del giornalista Daniele Piervincenzi e del filmaker Edoardo Anselmi del programma Rai “Nemo”.

Daniele Piervincenzi

Daniele Piervincenzi

La Suprema Corte, nelle motivazioni della sentenza depositate oggi, rileva che a tale “associazione malavitosa”, infatti, “si fece riferimento ripetutamente, nel corso dell’intervista, come soggetto collettivo in grado di influenzare le decisioni politiche assunte nell’ambito del quartiere”.
Secondo i giudici di piazza Cavour, dunque, “poco importa che l’esistenza di un “clan Spada” non sia stata ancora accertata giudizialmente né che sia indimostrata, allo stato, la partecipazione di Roberto Spada allo stesso”: ciò che conta per la sussistenza dell’aggravante mafiosa, si legge nella sentenza, “è che un’associazione malavitosa, avente le caratteristiche di cui all’articolo 416 bis cp (associazione di tipo mafioso, ndr), sia stata evocata nella specie e che della stessa l’indagato si sia consapevolmente avvalso per la perpetrazione dei reati che hanno determinato l’applicazione della misura nei suoi confronti”. (agi)
Continua, dunque, il pressing della Cassazione per ottenere condanne pesanti contro i capibastone di Ostia. Roberto Spada, accusato di lesioni personali e violenza privata aggravate dal metodo mafioso per l’aggressione alla troupe di “Nemo”, deve rimanere in carcere per la “gravità” di quello che ha fatto e per la sua “inquietante personalità”. Lo sottolineano le motivazioni del verdetto depositato oggi che conferma la mafiosità di Spada.
Corte di CassazionePer quanto riguarda i supremi giudici è appurato che Roberto Spada nel corso dell’intervista e “nella fase cruenta della stessa” – culminata nella testata al giornalista Daniele Piervicenzi e nel pestaggio dell’operatore Edoardo Anselmi – si “avvalse” di un guardaspalle, evocò più volte l’intervento di altri soggetti “in grado di danneggiare l’auto” del reporter. Inoltre, Spada “approfittò del clima di omertà per infierire sui due malcapitati, i quali furono dissuasi da ogni tentativo di difesa proprio dall’ostilità percepita (gli involontari spettatori si affrettarono a chiudere le finestre; nessuno si offrì di aiutarli, seppur vedendoli sanguinare; addirittura qualcuno manifestò compiacimento per l’accaduto”).
Data questa situazione, sottolinea la Suprema Corte – “resta dimostrato, quindi, che Spada si avvalse della forza di intimidazione promanante dall’associazione malavitosa imperante sul territorio, nota come clan Spada, ben presente nella mente dei giornalisti e ben nota agli abitanti del luogo, tant’è che alla stessa si fece riferimento, ripetutamente, nel corso dell’intervista, come soggetto collettivo in grado di influenzare le decisioni politiche assunte nell’ambito del quartiere”.
All’avvocato Angelo Staniscia, che contestava l’aggravante mafiosa sostenendo che Roberto Spada “non era mai stato condannato o inquisito per associazione mafiosa”, la Cassazione replica che “poco importa che l’esistenza di un ‘clan Spada’ non sia stata ancora accertata giudiziariamente, né chesia indimostrata, allo stato, la partecipazione di Spada Roberto allo stesso”. “Ciò che conta per la sussistenza dell’aggravante – prosegue il verdetto – è che una associazione malavitosa, avente le caratteristiche di cui all’art. 416 bis cp, sia stata evocata e che della stessa l’indagato si sia consapevolmente avvalso per la perpetrazione dei reati che hanno determinato la sua carcerazione”. I supremi giudici ricordano che “più di un collaboratore di giustizia” ha parlato del clan Spada e del fatto che Roberto Spada, detto Roberto “lo zingaro”, vi partecipa. Spada deve restare in carcere non solo per la gravità dell’aggressione e il contesto mafioso, ma anche perché è “non è in grado di contenere le pulsioni aggressive che maturano in lui finanche nelle situazioni di semplice disagio”.
La prossima udienza del processo a Spada è per il 13 giugno e il pm Giovanni Musarò ha disposto l’accompagnamento coatto di un teste “riluttante”. (ansa)
È slittato, invece, al 20 giugno, per uno stralcio, il procedimento che vedeva coimputato Paolo Riccardo Papagni, titolare di uno stabilimento, anche lui accusato di tentata violenza privata, per aver detto alla giornalista, qualche giorno dopo gli avvertimenti di Spada, di “non fare cazzate, perché chi sbaglia prima o poi la paga”. (agi)

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