Andrea Camporese

Andrea Camporese

MILANO – Nelle sue condotte Andrea Camporese, ex presidente dell’Inpgi, ha «sempre curato gli interessi» dell’ente previdenziale dei giornalisti e l’investimento sulle quote del Fip, il Fondo immobili pubblici, «è stato il migliore investimento per l’ente dal punto di vista patrimoniale, che ha fatto maturare un grande profitto». Lo ha sottolineato l’avvocato Ciro Pellegrino, legale di Camporese, imputato assieme ad altre persone nel processo milanese sul caso Sopaf, chiedendo l’assoluzione per il suo assistito dalle accuse di truffa aggravata e corruzione contestate dalla Procura.
Secondo il difensore, infatti, da parte di Camporese non c’è stata alcuna attività «truffaldina», «nessuna attività contraria ai doveri d’ufficio e nessuna attività corruttiva nei suoi confronti». L’ex presidente dell’Inpgi, per il quale il pm Gaetano Ruta ha chiesto una condanna a 4 anni e mezzo, è imputato nel processo davanti alla seconda sezione penale con al centro il crac della società finanziaria Sopaf dei fratelli Magnoni (una decina gli imputati in totale e la sentenza è prevista per domani) e le accuse di associazione per delinquere, bancarotta e altri reati.
Camporese, in particolare, è accusato di truffa in relazione all’operazione sul Fondo immobili pubblici (Fip) attraverso il quale, secondo il pm, avrebbe consentito a Sopaf «di realizzare una plusvalenza» di 7,6 milioni – cifra ritenuta dalla Procura equivalente all’ammontare del danno per l’Inpgi – tramite la controllata Adenium, guidata da Andrea Toschi, imputato. Per la difesa, tuttavia, il processo ha dimostrato «la linearità dell’operazione di acquisto» di quelle quote del Fip, «acquisto che venne fatto anche al prezzo più vantaggioso» per l’ente. «Se non avesse concluso quell’investimento – ha aggiunto il legale – Camporese non avrebbe fatto gli interessi dell’ente».
Secondo la difesa, il dibattimento ha dimostrato «l’estraneità» di Camporese a «qualunque responsabilità penale», anche perché, tra l’altro, «è stato accertato» che quando venne conclusa l’operazione nel 2009 «non poteva sapere che Sopaf non era titolare delle quote Fip». Per il pm, poi, ha proseguito il legale, «la truffa starebbe nel fatto che quelle quote potevano essere acquistate ad un prezzo inferiore», mentre è emerso che «l’acquisto venne fatto al prezzo più vantaggioso e questa sarebbe una truffa!».
L’ex presidente dell’Inpgi è anche accusato di corruzione perché Toschi (oggi ha discusso anche il suo legale Vinicio Nardo chiedendo l’assoluzione) gli avrebbe trasferito «risorse finanziarie» per «almeno 200 mila euro a titolo di remunerazione per il compimento di atti contrari ai doveri di ufficio» e in particolare per gli investimenti, attraverso Adenium.
Toschi, secondo il pm, nel 2011 e nel 2012 avrebbe «accordato» a Camporese «la somma di 25 mila euro l’anno» mediante un incarico nel comitato consultivo di Adenium. Altri 142 mila euro, invece, sarebbero transitati su un conto corrente svizzero. La difesa nell’arringa ha contrastato anche su questi punti l’accusa, spiegando, tra le altre cose, che non ci fu alcun «atto contrario ai doveri d’ufficio», perché «il fatto che si dovesse investire su Fip era il risultato di una valutazione di una società consulente esterna e fu il cda di Inpgi a deliberare di investire agli stessi termini indicati dal consulente». Non fu, dunque, Camporese a decidere in autonomia.
Nell’interrogatorio in aula l’ex “numero uno” della cassa dei giornalisti aveva già spiegato che quei 50 mila euro lordi di compensi per essere stato componente del comitato consultivo di Adenium sono stati «dichiarati al fisco e devoluti in beneficenza». E aveva respinto al mittente l’esistenza di un conto svizzero su cui sarebbero confluiti, secondo l’accusa, soldi in nero ricavati dalla vendita di una villetta. Il pm nelle scorse udienze ha chiesto condanne per gli imputati (per due di loro chiesta l’assoluzione) a pene fino a 10 anni di carcere (richiesta che riguarda Giorgio Magnoni). (ansa)

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