Tom Wolfe

Tom Wolfe

NEW YORK (Usa) – È morto lo scrittore Tom Wolfe. Aveva 87 anni. Al secolo Thomas Kennerly Wolfe Jr., era nato a Richmond il 2 marzo 1931. È stato l’inventore del New Journalism e uno dei padri della letteratura NonFiction, dove cronaca e invenzione si alternano nella struttura narrativa. L’autore del bestseller “Il falò delle vanità” è morto in ospedale a Manhattan, dove era stato ricoverato per un’infezione.
Erede di Truman Capote – e in particolare del genere letterario inaugurato con “A sangue freddo”, basato su una fatto di cronaca nera avvenuto nel 1959 nel Kansas – Wolfe, figlio della borghesia bianca conservatrice della Virginia, dove era nato, ha allargato il proprio sguardo narrativo sugli ambiti più diversi della società americana, dal movimento hippie a Wall Street fino alle relazioni razziali e alle vite degli astronauti (in “La stoffa giusta”), ma avendo sempre nel mirino il “politically correct”, malattia in grado di uccidere, affogandolo in una successione di autocensure, il giornalismo e la stessa politica.
Fu lui, nel 1970, a coniare il termine “radical chic” per descrivere quanto era accaduto in un lussuoso appartamento a Manhattan: padrone di casa, Leonard Bernstein, compositore e direttore d’orchestra; a servire i suoi amici – la crème de la crème progressista di New York – una successione di camerieri in livrea bianca, convocati da Bernstein per non urtare la sensibilità degli ospiti neri, capi del Black Panther Party, movimento rivoluzionari afroamericano, destinatario dei fondi raccolti durante la serata.
La satira di quella serata, che vide il conio di un termine destinato ad avere molta fortuna, soprattutto in Italia, rappresentò l’esordio di Wolfe, che anni più tardi avrebbe conquistato l’apice della popolarità prima con “La stoffa Giusta” e poi, a metà degli anni Ottanta, con “Il falò delle vanità”, descrizione brutale, e senza assoluzioni di alcuno dei protagonisti (tra i quali un giornalista), della voracità della finanza, poi tradotto in pellicola da Brian Da Palma per l’interpretazione di Tom Hanks. (agi)

Quando Tom Wolfe coniò il termine “radical-chic”

Tom Wolfe

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ROMA – “Chi, per moda o convenienza, professa idee anticonformistiche e tendenze politiche radicali”: così il dizionario Treccani spiega la voce “radical-chic”. Il termine fu coniato da Tom Wolfe, lo scrittore morto a New York, nel 1970 in un articolo pubblicato dal New York magazine dal titolo “Radical Chic, That Party at Lenny’s”.
Con le armi della satira Wolfe descriveva quanto era accaduto qualche giorno prima in un lussuoso appartamento a Manhattan: padrone di casa, Leonard Bernstein, compositore e direttore d’orchestra; a servire i suoi amici – la crème de la crème progressista di New York – una successione di camerieri in livrea bianca, convocati da Bernstein per non urtare la sensibilità degli ospiti neri (negri, li chiama Wolf, acerrimo nemico del “politicamente corretto”), capi del Black Panther Party, movimento rivoluzionario afroamericano, destinatario dei fondi raccolti durante la serata.
Il termine ebbe un grande successo, soprattutto in Italia, per descrivere una sinistra attenta alle minoranze e alle più disparate distanze sovversive ma, in misura inversamente proporzionale, sempre più lontana dalla classe operaia. Fu utilizzato da Indro Montanelli nel 1972 per attaccare (ingiustamente) Camilla Cederna e i “salotti radical-chic” milanesi e ne venne fatto abuso, da destra, per etichettare e denigrare qualunque posizione a difesa dei diritti civili. Nel corso degli anni, e di pari passo con l’avvento dei social, il termine ha lasciato spazio a “buonismo”, parola brandita come insulto soprattutto verso chi si occupa di migranti. (agi)

 

 

 

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