Gian Antonio Cibotto

Gian Antonio Cibotto

ROVIGO – Si è spento ieri, nella sua Rovigo, il giornalista e scrittore Gian Antonio Cibotto, fine critico letterario e teatrale, è considerato il cantore del Polesine. L’8 maggio scorso aveva compiuto 92 anni. Nato a Rovigo l’8 maggio 1925, laureato in giurisprudenza, era giornalista professionista iscritto all’Ordine del Veneto dal 1 luglio 1950. Ha lavorato per Il Resto del Carlino, Il Giornale d’Italia, Il Gazzettino e La Fiera Letteraria.
La sua ricca produzione letteraria è stata spesso insignita da prestigiosi premi letterari, tra cui il premio Marzotto per “La vaca mora”, il premio Comisso per “Stramalora”, il premio Salotto veneto per “Il doge è sordo”, oltre al premio Guidarello ed al premio Napoli. Da ricordare, inoltre, che grazie a lui hanno visto la luce alcuni dei premi più famosi: il Campiello, il Comisso e l’Estense. Il suo nome, comunque, è particolarmente legato ai libri che lo hanno reso celebre“Cronache dell’alluvione”» e “La coda del Parroco”.
A rendere omaggio a Gian Antonio Cibotto, il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, il quale lo ricorda come “un uomo colto, intelligente, un raffinato cantore della sua terra”. “Cronache dell’alluvione” e “Scano Boa”, a giudizio del ministro “resteranno tra le opere più belle degli scrittori padani. Avrei voluto fare in tempo a consegnarli la mia raccolta di racconti che uscirà a settembre, perché è aperta da quella sua frase che da sola, più di mille saggi o romanzi, racconta cos’è la follia segreta della gente del Po: «È inutile cercare sulla carta geografica le località nominate in questo libro (o tentare gratuite identificazioni dei personaggi). L’esattezza geografica non è che una illusione. Il delta padano, per esempio, non esiste. Lo stesso dicasi, a maggior ragione, per Scano Boa. Io lo so, ci sono vissuto». “Ora – conclude Franceschini – starà già risalendo l’argine del Delta verso Luzzara e a metà strada incontrerà Zavattini. Così, finalmente, lui e Za potranno sedersi in cima alla discesa d’erba che guarda la golena a parlare, con calma, del loro fiume e della loro terra”.
“Di sicuro sarai andato in Paradiso con la carrozza, – scrive, dal canto suo, il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia – con un sorriso irriverente ma lanciando un ultimo sguardo a quel delta infinito di cui eri stregato, magari borbottando un ultimo ‘stramalora’”. “Tutti i veneti – sottolinea Zaia – gli sono debitori per le pagine immortali nelle quali ha scolpito le cronache dell’alluvione del 1951, per i romanzi che hanno fatto conoscere al mondo intero la magia del Delta, per il recupero letterario e teatrale del Ruzante e della lingua ‘pavana’, per aver saputo colto, con penna sagace e acume profondo, le grandi trasformazioni della società veneta”.
“La sua – evidenzia il presidente della Regione Veneto – è una figura immensa di intellettuale vicino alla gente. Da autorevole critico letterario, ha fondato e organizzato alcuni tra i premi letterari migliori d’Italia, il Campiello, il Comisso e il premio Estense, ha lavorato con registi e autori di primo piano. Ma al tempo stesso, coni suoi versi in dialetto, con le sue cronache ‘letterarie’ e il suo spirito graffiante mai banale di giornalista, ha fotografato la terra veneta e la sua gente, facendo vivere tipi umani e affreschi che sono lo specchio del Veneto e nei quali continueranno a riconoscersi anche tra le generazioni future”.
“Con Gian Antonio il Veneto – conclude Zaia – perde un sincero e irriverente cantore, uno spirito libero che con orgoglio dichiarava di appartenere ad una ‘razza da mona’ e che come pochi altri ha dato dignità alle parole e ai sentimenti della gente veneta, alla cultura della sua terra. Grazie Gian Antonio, ti continueremo a trovare tra gli ‘scani’ del tuo delta, in quell’oasi di pace e di tempo sospeso dal quale non ti hai mai voluto separare”. (giornalistitalia.it)

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